lunedì 28 agosto 2017

Luci e ombre come da luoghi altri,
oltre ogni immaginazione,
mi conducono da un universo
di passioni a un universo di giaccio.

Solo silenzio e vuoto. Così è il mondo
altro, oltre il dolore.

lunedì 24 luglio 2017

In libreria e in formato e-book l'ultima mia silloge poetica "Matrie", dedicata ai luoghi che mi hanno ospitata e, in particolare, a Potenza, ultima e definitiva mia matria.


mercoledì 26 aprile 2017

Aspettando la 57.Biennale di Venezia, a cura di Elisa Laraia

SPECIALE - Aspettando la 57.BIENNALE DI VENEZIA

52.Biennale di Venezia           Reportage di Elisa Laraia

La 52. Esposizione Internazionale d'Arte, intitolata Pensa con i sensi - Senti con la mente, curata dal critico d'arte e artista statunitense  Robert Storr, ha aperto al pubblico il 10 giugno e si è chiusa il 21 novembre 2007.

La mostra centrale internazionale (alle Corderie e parte delle Artiglierie dell'Arsenale e nel Padiglione Italia ai Giardini) ha presentato circa cento artisti provenienti da tutto il mondo. Biennale internazionale per eccellenza questa edizione, per la presenza di ben 77 Paesi espositori.

L'Arsenale si conferma sede permanente dal 2006 del nuovo Padiglione Italiano, quest'anno con una mostra a cura di Ida Gianelli, tra le novità principali della 52. Esposizione.


Malick Sidibé Leone d'oro alla carriera




Dusasa I, El Anatsui 


Yinka Shonibare


Democrazy, Francesco Vezzoli




Sculture di linfa, Giuseppe Penone


Philosopher shits under a tree', Angelo Filomeno

Aspettando la 57.Biennale di Venezia, a cura di Elisa Laraia

SPECIALE - Aspettando la 57.BIENNALE DI VENEZIA


51.Biennale di Venezia
Conversazione in Arsenale


Conversazione tra
Elisa Laraia e Isabella Falbo

Rivane Neuenschwander

Isabella Falbo: E’ stato divertente percorrere l'Arsenale, la sezione curata da Rosa Martìnez, che prende il nome dal titolo di un libro di Hugo Pratt: Sempre più lontano. Sono stata piacevolmente sorpresa dall’energia tutta femminile nelle prime sale del percorso espositivo.


Elisa Laraia: Mi ricordo la grinta della Martìnez nella prima conferenza tenutasi ad Artissima a Torino nel Novembre scorso, non avevo dubbi che soprattutto le presenze femminili alla Biennale mi avrebbero confermato questa energia.

I.F.: Il lampadario di assorbenti interni, l’opera di Joana Vasconcelos, appare all’ingresso dell’arsenale come una struttura effimera ed ingannevole, dove tra tradizione e modernità, L’artista comunica con ironia un aspetto dell’evoluzione sociale femminile occidentale. L’opera, con la sua struttura portante in acciaio e quella esterna in cotone, perdendo la sua dimensione oggettuale, diventa inoltre metafora della donne in senso lato: fortissime e delicate.
Joana Vasconcelos

E.L.: Guadando l’opera mi immagino immediatamente di essere nel ventre di questa donna grandissima dalle curve rinascimentali, dai fianchi prorompenti, una Venere di Botticelli contemporanea. Penso alla negazione della maternità per tante donne nella molteplicità dei contesti sociali sempre più difficili oggi.. Penso all’impossibilità di vivere la femminilità sino in fondo anche per tante di noi donne che viviamo, sperimentiamo, ricerchiamo nel mondo dell’arte. La mia mente adagiata sul candore degli ob afferra la struttura d’acciaio portante dell’opera che diventa immediatamente rossa, incandescente.

Guerrila Girls

I.F.: Nella stessa sala, i manifesti delle Guerrilla Girls, circondano e catturano l’attenzione: nello stile delle locandine pubblicitarie degli anni ’60 e ‘70, sfidando l’audience maschile, a vantaggio di noi donne dell’arte. Lanciano slogan di straordinaria attualità nel segno di un nuovo femminismo, contro il sessismo nel mondo delle arti, invitano a riflettere: Devono le donne essere nude per entrare nei musei? La statuetta dell’oscar del cinema è anatomicamente corretta?

E.L.: In effetti la polemica sul mondo dell’arte si espande subito dal lampadario al centro della sala alle pareti, due linguaggi formali totalmente diversi ma entrambi efficacissimi, il pvc coloratissimo delle Guerrilla Girls mi porta subito in strada e le immagino a decorare con molta ironia maschi grattacieli.

Runa Islam

I.F.: Anche nella sala successiva, con il video di Runa Islam, il percorso espositivo rimane sui toni femminili, facendosi tuttavia apparentemente meno battagliero. Be The First To See What You See As You See It, appare come un manifesto di rottura con la tradizione e presenta, avvolta in un’aurea nostalgica, una giovane donna impegnata nella lenta distruzione di porcellane. Le scene enfatizzano quei momenti di impenetrabilità della comunicazione umana, dove solo l’attenta analisi dei gesti permette di decodificare il messaggio.

E.L.: Sono d’accordo, il ritmo narrativo, i movimenti di questo video così rallentati sottolineano ancora un viaggio cauto della donna che, pur vivendo in un mondo che le affida il ruolo di custode, è in grado di rifiutarlo, anche con violenza, peccato che io non ami le gallerie d’arte che si trasformano in set. Interessanti le videoinstallazioni “Scala (1/16= 1 foot)” su due schermi sovrapposti presentate presso la Biennale di Istanbul nel 2003 e SHUGOARTS nel 2004.


I.F.: Nella sala successiva l’universo femminile rientra anche nell’opera dell’artista indiano Subodh Gupta. In scala teatrale, un drammatico insieme di oggetti da cucina ci appare davanti agli occhi, trovando il modo di parlarci nel locale del globale e forzandoci a rivalutare i nostri parametri estetici.

E.L.: E’ il nostro riflesso in questi piatti e tu che mi spieghi il procedimento di creazione del “Curry”, titolo dell’opera, che mi fa porre molte domande, mentre raggiungo la video installazione su due monitor “Ramallah/ New York 2004/2005” di Emili Jacìr, artista giovanissima della Giordania, che mette a confronto identiche situazione che si svolgono in due realtà spaziali diverse, ma che sembrano sovrapporsi perfettamente, dandomi la sensazione della meccanicità dei gesti umani.

 Leigh Bowery

I.F.: Con Leigh Bowery cambiamo completamente dimensione e ci troviamo catapultati nello mondo di una delle icone della Londra alternativa degli anni ’80. Stravagante, esuberante, eclettico e oltraggioso, fece della sua vita un’arte, fino ad esporre se stesso, dall’11 al 15 ottobre 1988, alla Anthony D’Offay Gallery. In esposizione alcuni dei suoi abiti più famosi, autentici pezzi di storia d’arte di vivere.

E.L.: La Londra di quei tempi doveva essere davvero emozionante, trovo che scelte di questo tipo oggi non abbiano più nessuno spessore artistico, in questo millennio in cui la nostra intimità è già così tanto scoperta. Qualche passo più avanti mi riempie di entusiasmo la scultura in fango “Hope Hippo” ippopotamo di dimensioni reali dolcemente adagiato sul pavimento ed il video “…..” nel quale la telecamera da un elicottero descrive il viaggio in mare di un uomo che usa per la navigazione un tavolo rovesciato, mentre il paesaggio deserto ospita rottami di ogni tipo; è l’acqua protagonista di queste opere di Jennifer Allora & Guillermo Calzadilla, acqua capace di dare forma e di condurre idee.


I.F.: Il percorso prosegue al femminile con l’opera della palestinese Mona Hatum, l’installazione + e - appare minimalista, concettuale e raffinatissima.

E.L.: Adoro il suo lavoro così freddo, così rituale, un giardino zen che si ricrea continuamente. Mi fa pensare a Rebecca Horn, a Gino De Dominicis.

I.F.: Una delle opere più divertenti della biennale è certamente Quest, della serie Little Men, presentata dal gruppo russo Blue Noses. L’ istallazione formata da 12 scatole di cartone cattura subito l’attenzione per i pigolii e le risatine che fuoriescono da esse, avvicinandosi e sporgendosi all’interno ci si accorge che contengono piccole figurine umane, proiettate in loop, colte durante la loro corsa nella vita. E’ un opera dai molteplici contenuti, in chiave ironica e parossistica, sul percorso vitae dell’uomo contemporaneo.

Blunoses

E.L.: Sicuramente divertentissimo, ironico…donne nude che aspettano sorridenti di essere prese da uomini con boxer che simulano l’atto sessuale, per poi continuare la loro corsa verso la ciclicità della vita; in forte contrapposizione con “Cube Venice”, il progetto serissimo di Gregor Schneider, che vorrebbe costruire in Piazza San Marco un enorme cubo nero riproponendo il modulo architettonico della Ka’ba; mi interessa molto l’idea di proporre progetti che interferiscono in maniera forte con la vita dei luoghi e degli uomini che li ospitano. E credo che sia giustissimo esporre un progetto al pari di un’opera d’arte compiuta, è per me più stimolante, infatti, poterne ipotizzare il percorso, collaborare con l’artista a rendere concreta l’opera, anche se soltanto attraverso le vie immateriali dell’immaginazione.

I.F.: Gli agglomerati di Jhon Bock, che siano le cataste di panni stracci o i macchinari dell’assurdo, sono costruzioni dell'immaginario che paradossalmente ci aiutano a capire meglio la realtà, sono metafore della molteplice complessità del nostro momento storico. In esse possiamo leggere la disperante condizione esistenziale contemporanea, il qui ed ora schizofrenico e confuso e ritrovare i simboli senza vita della società passata.

E.L.: Trovo molto interessante il lavoro di Bock, la sua sensibilità è talmente distante dalla mia che mi cattura, il caos che pervade la sua opera appare assolutamente necessario. Ricordo la mostra presso la Stazione Centrale di Milano, lo scorso novembre, organizzata dalla Fondazione Trussardi, anche lì, nonostante fossero esposti solo video, la polvere e le protuberanze falliche dei suoi costumi pervadevano lo spazio.

Mariko Mori

I.F.: Mariko Mori, presentando il suo “Wave UFO”, astronave cornucopiforme a grandezza naturale, sembra incitare al viaggio, o alla fuga, in uno spazio tutto celebrale. Opera creata nella logica di un’arte fruibile e interconnessa con lo spettatore, offre la possibilità dell’esperienza di penetrare l’opera d’arte.
E.L.: Il mio amore per la fantascienza mi rende felice alla vista del lavoro di Mariko Mori, l’impatto visivo dell’esterno fa scomparire ogni cosa alle mie spalle, mi porta in un mondo diverso, sento forte la sospensione nello spazio, il viaggio al suo interno mi fa perdere l’equilibrio; si legge dal colore rosso che appare solo per un attimo nella proiezione delle onde alfa del mio cervello, nessuna claustrofobia, nonostante che il pulsante verde tra i piedi bianchi la suggerisse, anzi il desiderio di costruire qualcosa che sia ancora di più oltre, oltre il futuro.

I.F.: La poesia, la meraviglia e il fascino dei fondali marini, attraverso l’uso del linguaggi visivi di Jun Nguyen-Hatsushiba si caricano di una intensità ed evocatività tale da rendere lo spettatore immediatamente partecipe. Colto da un sentimento panico si trova a commemorare momenti della tradizione vietnamita, a condividerne i valori.

E.L.: Credo di essere nell’arsenale oggi soprattutto per fruire del suo video, mi aveva colpito moltissimo a Miami nella Collezione Rubell all’interno del progetto curatoriale di Luisa Lagos Memorials of Identità. Sempre sul fondo del mare, uomini creavano percorsi a bordo delle classiche biciclette carrozza Giapponesi, la vita quotidiana subacquea, una idea di opera d’arte delicatissima che ci porta a scoprire noi stessi attraverso il suono del nostro respiro.
Costruendo crafting dramatic ensembles of objects
 
Conclusioni

I.F.: Un percorso felice, nel quale si incontrano o si ripercorrono gli stati d'animo della vita, si ritrovano le diverse culture nazionali, si gioca imparando.
craftig dramatic ensembles of objects

E.L.: Una Venezia indimenticabile.















venerdì 3 luglio 2015

L'importanza del "53"


Vito Riviello e Beatrice Viggiani, coppia di poeti lucani come tale rimasta inedita dal 1962, quando insieme pubblicarono con Capoluongo Editore di Potenza, per i tipi della tipografia Nucci, un libretto contenente 53 poesie. Cosa univa i due poeti? Di Potenza era Vito Riviello, a Potenza viveva Beatrice Viggiani, entrambi avrebbero dopo pochi anni preso il volo verso mete e prospettive diverse: Riviello si trasferì a Roma, Viggiani in Venezuela. Due trasfughi d'eccezione, ai quali la cultura lucana, ma non solo, ovviamente, deve molto. A portare avanti questo progetto editoriale la figlia dell'editore Gerardo Capoluongo, Novella Capoluongo Pinto, Presidente dell'Universum Academy Basilicata, poetessa ed erede convinta di questa avventura letteraria coraggiosa, che, a distanza di 53 anni, ha trovato in UniversoSud, piccola realtà editoriale potentina che fa capo ad Antonio Candela, un partner entusiasta. La ristampa è stata presentata ieri nella Cappella dei Celestini a Potenza con Novella Capoluongo, Antonio Candela, Oreste Lopomo, caporedattore Tg3 Basilicata, Daniela Rampa Riviello, Giulia Perretti, nipote di Beatrice Viggiani, mentre Eva Immediato e Giuseppe Ranoia hanno dato voce ad alcune delle 53 poesie. Le scelte di vita separarono allora i due poeti, ma a separarli ancora oggi è la diversa memoria di questa prova letteraria comune. Vivissima, infatti, era in Viggiani quando avemmo l'occasione di intervistarla insieme a Rocco Brancati al suo ritorno dal Venezuela a Napoli, circa 10 anni fa, per prima cosa ci parlò di questo libretto, attribuendogli un'importanza notevole nel suo percorso di poeta. Vivissima in lei tale memoria è rimasta, lo attesta la sua video intervista, realizzata recentemente a cura di Leonardo Pisani e Edoardo Angrisani, proprio in previsione della presentazione della ristampa di “53”, insieme alla consapevolezza dell'importanza delle origini lucane, aviglianesi. Lei, parte di una famiglia di grandi tradizioni culturali, lei, per altro nipote di Giustino Fortunato, ricorda che le era proibito parlare in dialetto, cosa che faceva abitualmente per segnare il suo carattere trasgressivo. - Una Viggiani lucidissima – ha detto Pisani - che afferma di aver imparato più dai contadini aviglianesi di Montocchio che da 'certi intelletuali', e si cita a memoria: “Noi siamo aviglianesi senza patria/alle sorgenti che odorano di zolfo/ un santo ci protegge la miseria/per la festa di agosto,/Ogni tanto arriva un forestiero/a spiegarci che il tempo è cambiato, ma un giorno il principe muore/e il feudo viene espropriato.”. Questa sua lirica è stata un'esperienza straordinaria, per il senso che può avere per noi, sempre alla ricerca di conferme della nostra identità lucana. -. Questo libretto, invece, è rimasto nascosto nella memoria di Vito Riviello. - Noi familiari - ha detto Daniela Rampa, moglie di Riviello – non ne sapevamo nulla fino a quando Novella Capoluongo Pinto, che ho conosciuto tramite la figlia Timisoara, ce lo ha portato, preannunciandoci l'intenzione di farne la ristampa. Per noi, dunque, è stata una vera scoperta, che ha rivelato una fase potremmo dire arcaica, ma sempre coerente, dell'ispirazione di Vito. -. La presentazione ieri di “53” ha rappresentato un momento di “amarcord” critico, viatico in quella ricerca di identità che spesso tormenta i Lucani, i Potentini in particolare. Certo è stato un rituffarsi nell'esperienza straordinaria nella Potenza degli anni '60, intorno alla mitica libreria “Riviello”, un avamposto culturale in quella che molti, soprattutto i giovani, vivevano come una landa deserta. - Fu Leonardo Sinisgalli – ricorda Novella Capoluongo – a promuovere il libro, di cui furono vendute, certo proprio grazie alla sua promozione, tutte le copie. La ristampa nasce dalla consapevolezza di questo nodo di incontri che ha fatto la storia della città, troppo spesso poco conosciuta o forse solo dimenticata. Molto ci dice l'incipit: “Noi viviamo in Lucania, le nostre poesie regolarmente inviate in lettura e conosciute privatamente, sospettiamo che non vengano lette. Vogliamo che le leggiate, correndo in piena coscienza, nell’Italia dei 600.000 poeti, il rischio di essere derisi. Non siamo legati ad alcuna scuola, se non a quella che ci ha stampati il libro: una tipografia di campagna”. -. Una tipografia certo lungimirante e coraggiosa, che sollecita l'orgoglio dei Potentini, tra questi il Vicepresidente della Universum Academy Basilicata, Giampiero D'Ecclesiis, che, tra l'altro, aveva dichiarato (la dichiarazione è tratta dal blog di Leonardo Pisani): Questo libro che presenteremo il 3 luglio a Potenza è frutto dell'amore per le cose belle, dell'amore per una Città che ha detto tanto in passato ed ha ancora tanto da dire, mi auguro che verrete, che verrete tutti, non per dare soddisfazione a un'associazione o a un gruppo di persone, ma per dire che Potenza c'è, riconosce i propri figli più degni, e Beatrice Viggiani e Vito Riviello erano e sono degnissimi, che non li dimentica, che li ricorda e li saprà ricordare.Sono autori da leggere e far leggere ai nostri ragazzi, un'identità culturale cittadina si gioca anche su cose come queste. Per me sono molto contento, abbiamo fatto una cosa bella (e ne faremo ancora), ho conosciuto meglio Vito Riviello e Beatrice Viggiani, sento di essere un Potentino più completo adesso”. 

martedì 25 novembre 2014

Le strade delle donne

Ricostruzione di un ambiente del palazzo principesco in cui visse la "principessa di Vaglio"

Strade che ricordano donne, come a Potenza Laura Battista, Luisa Sanfelice, Ondina Valla, Isabella Morra e Anna Maria Ortese, rappresentano un importante strumento educativo, il nome di una strada, infatti, entra nella quotidianità dei cittadini con discrezione o in modo incisivo, a seconda dell'uso che di quella strada si fa, casuale, occasionale o costante. Se si fa una proporzione tra le tante strade della città e le cinque dedicate alle donne citate, non sfugge a nessuno quanto irrilevante sia questo numero. Come reagisce, consapevolmente o meno, la mentalità collettiva di fronte alla scarsità di strade intitolate a donne? Tre gli atteggiamenti, in genere: il primo è di indifferenza, il secondo convinto che non vi siano donne di tale rilievo da intestare loro delle strade, il terzo indignato per lo scarso rilievo che la società contemporanea, nonostante la generale presa d'atto, evidentemente d'atto più che di coscienza, della “parità” tra uomo e donna, continua a considerare “un caso” l'intitolazione di una strada a una donna. In ogni caso si evidenzia che le donne non hanno ancora abbastanza potere lì dove si decidono i nomi delle strade, nelle amministrazioni locali che sono ovviamente specchio delle comunità. E' dalla volontà di invertire la tendenza generale, che è nato il gruppo di Toponomastica femminile, ideato dalla professoressa Maria Pia Ercolini, da molti anni attiva a livello nazionale nella diffusione della parità nella Toponomastica, gruppo cui Telefono Donna con la sua Presidente Cinzia Marroccoli ha subito aderito, divenendone referente per la Basilicata, con l'intento di mettere in pratica l'idea di intitolare strade a donne di rilievo, in base alla considerazione che sono tante, basta studiare solo un po' o ripensare con sguardo di donna la comunità in cui si vive. E', dunque, in questa logica che già tra anni fa Telefono Donna propose con il Comune di Potenza una consultazione popolare online su nomi di donne cui intestare strade del capoluogo e che quest'anno per il 25 novembre, giornata internazionale per la eliminazione della violenza sulle donne, ha riproposto l'idea con l'evento “Le strade delle donne | le voci e i volti delle donne della Città”, in cui sono state proposte alcune candidature, solo indicative, perché, come si diceva, basta studiare un po' per vedere affollarsi all'orizzonte della Toponomastica tanti nomi importanti di donne meritevoli di memoria. Telefono Donna ha proposto quattro intitolazioni, la “Principessa di Vaglio”, le Clarisse di San Luca, Carolina Addone Pomarici, Ester Scardaccione, sottoponendo la sua proposta alla cittadinanza attraverso i Laboratori Urbani del LAP Laboratorio permanente di Arte Pubblica, che ha incontrato donne e uomini nelle scuole, nelle sedi accociative, nelle piazze e nelle strade di Potenza, chiedendo di esprimere un parere sui nomi proposti e di fare altre proposte, la sintesi un video, regia di Elisa Laraia, Art Director LAP, che è stato proposto nel museo Archeologico Adamesteanu. La “Principessa di Vaglio”, la cui tomba con gli arredi funerari è conservata nel Museo Adamenteanu, è una bambina sepolta con gli onori di una principessa, che ci parla di una società antichissima in cui le donne avevano un posto di rilievo, sia nelle cariche pubbliche che nell'imprenditoria. L'idea di intitolare una strada alle Clarisse di San Luca è nata dalla constatazione che esiste a Potenza una strada intitolata ai Sacerdoti liberali, mentre nessuna strada ricorda il ruolo che le Clarisse ebbero il 18 agosto 1860, quando parteciparono a sovvertire l'ordine borbonico, issando per prime il vessillo italiano dal tetto del convento e offrirono ai patrioti le loro riserve di legna per contribuire a costruire barricate con cui difendere la città di Potenza. Carolina Addone Pomarici è forse quella che meglio corrisponde al ruolo che, a sentire i ragazzi della scuola media dell'I.C. Torraca – Bonventura, molti vorrebbero vedere valorizzato, quello delle madri, delle nonne, delle donne della casa, insomma, che incidono profondamente nella formazione dei loro figli e nipoti. Carolina Addone Pomarici, infatti, ha rappresentato la donna che educa, trasmettendoli di generazione in generazione, ai valori della libertà, che indirizza i figli e il marito verso quei valori e con loro collabora nel compiere azioni di grande rilievo culturale e politico, che segna dunque la storia con quegli eroici piccoli passi quotidiani, su cui essa si costruisce. Ester Scardaccione, impegnata nella società come modello della donna contemporanea, affermata avvocata divorzista, attiva Presidente della Commissione Pari Opportunità, sempre presente nella vita della città, e non solo, nella difesa delle donne e nella promozione di una cultura non sessista. Un modello che si sente con forza ancora oggi nella memoria di tante donne e che è giusto non affievolisca. Ester Scardaccione, cui è intitolata la Casa per donne maltrattate gestita da Telefono Donna, ha indicato una nuova strada alle donne lucane, ed è giusto che una nuova strada nel capoluogo ne rafforzi e conservi la memoria. 

Carolina, educatrice dei valori della libertà
L'iconografia delle Clarisse 



mercoledì 19 novembre 2014

25 Novembre 2014 Telefono Donna per la Giornata Internazionale per l'Eliminazione della Violenza contro le Donne.

25 Novembre 2014
Giornata Internazionale per l'Eliminazione della Violenza contro le Donne.
L'Associazione Telefono Donna vi invita a partecipare a Le strade delle Donne | I volti e le voci delle donne della città che si terrà Il 25 novembre prossimo nel Museo Archeologico Nazionale Dinu Adamesteanu, Palazzo Loffredo alle 17,00. Dopo un percorso museale guidato in un'ottica tutta al femminile, sarà proiettato il video: Le Strade delle Donne con la regia di Elisa Laraia.
L’evento è l’ultima tappa di un percorso di coinvolgimento di Donne di tutte le età della città di Potenza, studentesse e studenti delle scuole di vario ordine e grado, attraverso laboratori urbani realizzati da Monica Nicastro e Mio D'Andrea Santoro del Laboratorio permanente di Arte Pubblica e le azioni sceniche di Carlotta Vitale GommalaccaTeatro, su testi di Lorenza Colicigno. Questi testi sono incentrati sul racconto di storie di donne significative del territorio lucano, partendo dal più lontano passato sino al passato recente. La “Principessa di Vaglio”, Carolina Addone Pomarici, le Clarisse di San Luca, Ester Scardaccione sono le Donne scelte dall’Associazione Telefono Donna, in una dimensione di figure propositive, come modelli per le giovani generazioni. La finalità dell'evento, patrocinato dal gruppo nazionale di Toponomastica Femminile, oltre alla scoperta del valore delle donne del nostro territorio, è quello di dare l’avvio al processo di intitolazione di alcune strade della città a queste figure femminili. Questi nomi si potranno aggiungere a quello di Laura Battista, Isabella Morra, Luisa Sanfelice e Ondina Valla le cui targhe sono già presenti nella nostra città. I nomi proposti non vogliono comunque essere esaustivi ma costituire uno stimolo ad andare avanti in questo senso.

Nel corso della serata interverranno la Presidente dell’Associazione Telefono Donna Cinzia Marroccoli, il Soprintendente per i Beni Archeologici della Basilicata Antonio De Siena, il Sindaco di Potenza Dario De Luca.

Il 25 novembre 2013 abbiamo portato in scena Donne in cinque atti, cinque storie di femminicidi, cinque storie di donne uccise dai loro uomini.
Quest'anno abbiamo voluto, per questa giornata, non mettere l'accento sulle donne come vittime, ma sulla loro forza, su come sono capaci di incidere sulla loro vita e sulla vita degli altri e quindi nella storia.
Le donne sono state sempre tenute fuori dalla storia, il loro agire non ha mai avuto valore. E questo è evidentissimo in un aspetto della nostra società che può apparire secondario: la toponomastica, i nomi delle strade. Le donne non esistono nei nomi delle strade se non in una piccolissima percentuale, a Potenza così come nel resto d'Italia. Convinte come siamo che la violenza degli uomini contro le donne abbia una matrice culturale, siamo altrettanto convinte che per sconfiggere tale violenza sono necessari anche piccoli cambiamenti di alto valore simbolico che possano aiutare a modificare l'immagine che gli uomini hanno delle donne e le donne di loro stesse. Le donne, che da sempre si sono viste con gli occhi degli uomini, hanno bisogno di cambiare prospettiva, hanno bisogno di credere nel loro valore, hanno bisogno di trovare modelli alternativi a quelli che passano sui media, di trovare, perché no, sulle targhe delle nostre strade anche nomi di donne che si sono distinte nella nostra città e per la nostra città. Non siamo nuove al discorso della Toponomastica Femminile. Già qualche anno fa, avevamo lanciato questo progetto che non trovò la giusta attenzione. Lo riproponiamo oggi ancora più motivate e certe di trovare ascolto.

L’evento ha inoltre la finalità di raccogliere fondi per le attività dell’Associazione e della Casa delle Donne Ester Scardaccione