Biennale Arte 2024: il nostro racconto con sguardo di donne tra Arsenale e Giardini di Elisa Laraia - fotografie di Claudia Gambadoro
Biennale Arte 2024: il nostro racconto con sguardo di donne
tra Arsenale e Giardini di Elisa Laraia fotografie di Claudia Gambadoro
Dopo i tre
giorni intensi della pre-apertura della 60th Venice Biennale, la sensazione è
quella di aver attraversato un grande laboratorio di idee.
La
Biennale non è solo una mostra: è una città temporanea fatta di incontri,
sguardi e intuizioni condivise tra i corridoi dell’Arsenale e i viali dei
Giardini. Abbiamo attraversato questa città con sguardo di donna, sensibile ai
dettagli che invitano al dialogo, che trasmettono emozioni, sensazioni oltre la
percezione visiva, vibrazioni che possono sfuggire a una lettura critica.
Siamo qui a Venezia. Partiamo dall’Arsenale, dove le
architetture industriali raccontano la storia del nostro tempo.
Il nostro sguardo è catturato da Yinka Shonibare con la
serie Refugee Astronaut. La figura di un astronauta a grandezza naturale,
rivestita di tessuti “africani”, con una rete carica di oggetti che raccontano
un viaggio senza una destinazione prevedibile, genera in chi l’osserva un
momento di sospensione. Tra le interpretazioni che l’astronauta suggerisce è
certo quella che egli provenga da una Terra che non è più casa per l’Umanità, i
beni terreni che porta con sé sono metafora del migrante contemporaneo, ma
soprattutto, e qui lo sguardo di donna coglie un aspetto centrale dell0opera:
la cura mancata del pianeta. Impossibile non interrogarsi su quale sarebbe
stato il nostro pianeta se alla logica della conquista, della colonizzazione,
dell’ossessione della tecnologia, si fosse sostituita la protezione, la cura
del bene comune Terra.
1. Yinka Shonibare Refugee Astronaut VIII, 2024
Manichino in fibra di vetro, tessuto di cotone stampato a cera olandese, rete,
oggetti, casco da astronauta, stivali lunari e base in acciaio.
Non meno efficace nella capacità di trasmettere un messaggio chiave del nostro tempo è “Stranieri Ovunque”, di Claire Fontaine. La luce dei neon cattura l’attenzione del pubblico, la sensazione è quella del freddo urbano, ma le scritte del collettivo Claire Fontaine, fondato da Fulvia Carnevale e James Thornhill, che ripetono la stessa frase in molte lingue: Stranieri Ovunque, riempiono trasformano quel freddo nel calore di una domanda che esige risposte umane, personali, intime. Non a caso il curatore Adriano Pedrosa ha scelto questa frase per questa edizione della Biennale. Basta fermarsi ad ascoltare se stessi, per prima cosa, e le persone che passano sotto quelle luci per capire: Questa frase ci interroga profondamente sul nostro essere “estranei” a noi stessi, all’ambiente in cui viviamo, ai nostri vicini, ai nostri colleghi di lavoro, alla nostra stessa famiglia. Il sentimento d’essere stranieri qui e ora, forse a causa dall’abitudine d’essere ovunque grazie alla tecnologia della comunicazione, è parte di noi. Clare Fontaine ce lo ripete ossessivamente in tante lingue e ci chiede il conto della nostra solitudine. L’arte è luce, l’atre è luce politica.
2. 3. Claire Fontaine Foreigners Everywhere
(Self-portrait), Stranieri Ovunque (Autoritratto), 2024 Neon bifacciali
sospesi, struttura, trasformatori, cavi e accessori.
Una delle installazioni più suggestive dell’Arsenale è La
trama sacra del Mataaho Collective, formato dalle artiste māori Bridget Reweti,
Erena Baker, Sarah Hudson e Terri Te Tau.
La vasta struttura tessile sospesa che rimanda a una stuoia
cerimoniale, sotto i piedi di chi le cammina attorno, cambia continuamente:
dalla luce che attraversa le fibre si creano ombre mobili, si ha l’impressione
che la stuoia respiri e respirando lasci cogliere i segnali di un altrove che
si muove dentro di noi. Il takapau, nella cultura māori, è legato al momento
della nascita, è simbolo del passaggio della vita dal regno degli dei al mondo
umano. Dalla dimensione tecnologica, dunque, propria della Biennale e del
nostro tempo in genere, Mataaho Collective sposta l’attenzione sul corpo, sul
suo transito nella fisicità attraverso la nascita, gesto cosmico e collettivo.
Osservando l’opera, si ripensa inevitabilmente alla propria nascita, a come
siamo entrati nel mondo e a come viviamo il nostro esserci tra luce e ombre.
Se Takapau invita ad un silenzio riflessivo, The Mapping Journey Project di Bouchra Khalili si impone come un lavoro di relazione
radicale.
Nel progetto The Mapping Journey, infatti, video essenziali
propongono tracce migratorie disegnate da una mano su una mappa che racconta il
viaggio di chi ha attraversato il Mediterraneo. Quella mano, quelle tracce,
proprio perché di una semplicità formale quasi disarmante, invitano il pubblico
a un dialogo, si potrebbe dire confidenziale. Le rotte disegnate dei percorsi
migratori nella videoinstallazione assumono la forma di mappe celesti.
Inevitabilmente chi osserva vi cerca nuove possibilità di percorsi, nuove e
possibili modelli di appartenenza. Ogni confine rigido che fino ad allora aveva
chiuso il nostro essere nel mondo si frantuma dinanzi alle infinite possibili
mete, alle infinite possibili relazioni.
5. Bouchra Khalili The Mapping
Journey Project, 2008-2011 installazione video
Lussemburgo: il suono come dialogo collettivo
Nell’Arsenale ci colpisce il Padiglione del Granducato di
Lussemburgo, intitolato A Comparative Dialogue Act. il lavoro degli
artisti Andrea Mancini ed Every Island (composto da Alessandro
Cugola, Martina Genovesi, Caterina Malavolti e Juliane Seehawer) a cura di Joël
Valabrega, il progetto è promosso dal Kultur lx – Arts Council
Luxembourg.
Al centro il suono, tutta l’installazione è creata per risuonare
delle esperienze di relazione create dalla quattro residenze artistiche
protagoniste durante la biennale che trasformano l’opera in un luogo di
produzione. Il senso è quello di creare un linguaggio condiviso che travalichi
le differenze culturali, creando una esperienza meditativa.
6.
PADIGLIONE LUSSEMBURGO “Comparative Dialogue Act”
Andrea Mancini & Every Island Installazione
e performances sonore. Gli elementi spaziali, il pavimento e le pareti,
diventano strumenti musicali che progressivamente portano lo spettatore ad una
esperienza immersa
Dopo esserci immersi nei
neon di di Claire Fontaine che ci avevano accolti all’ingresso dell’Arsenale,
arriviamo con tanta curiosità ad esplorare il padiglione Italia con l’opera Due
qui / To Hear di Massimo Bartolini con Caterina Barbieri, Gavin
Bryars, Kali Malone a cura di Luca Cerizza promosso dalla Direzione
Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Ci accoglie la
monumentalità dell’opera una grande installazione sonora e ambientale che ci
invita a essere aperti all’ascolto verso l’altro. E’ questo il senso delle
collaborazioni che Bartolini ha fortemente voluto con altri artisti di diverse
discipline e provenienze geografiche. Le giovani compositrici Caterina Barbieri e Kali
Malone e uno dei musicisti più importanti della musica sperimentale degli
ultimi cinquant’anni, Gavin Bryars (insieme al figlio Yuri
Bryars), contribuiranno alle opere sonore di Bartolini, mentre la scrittrice e
illustratrice per l’infanzia Nicoletta Costa e il romanziere e
poeta Tiziano Scarpa sono stati invitati a concepire nuovi testi
performati all’interno dello spazio del Giardino nei giorni dell’inaugurazione
e come parte del Public Program che prevede incontri durante il corso
della Biennale.
7. Claire Fontaine Stranieri Ovunque, 2024 Neon sospesi, trasformatori, cavi e accessori
8.9.10. PADIGLIONE ITALIA “Due qui / To Hear” Massimo Bartolini Installazione sonora e ambientale. Due qui / To Hear propone un itinerario attraverso tutti gli spazi del Padiglione Italia, in cui l’alternarsi di vuoti e pieni, di movimenti e soste, conducono a incontri inaspettati con opere e installazioni di natura sonora e performativa.
Spostandosi ai Giardini
ciò che rapisce è la forza dei colori del Padiglione Stati Uniti con Jeffrey
Gibson: the space in which to place me. Per la
prima volta che gli Stati Uniti sono rappresentati alla Biennale di Venezia da
un artista indigeno. Ci lasciamo coinvolgere
dalla performance che ci svela i tipici abiti della tradizione indigena. Gibson
è parte della Mississippi Band of Choctaw Indians e di origine Cherokee vuole
restituire vitalità agli aspetti della tradizione inmdigena ponendo così
l’accento sulla complessità della situazione dei nativi americati dandogli
forte centralità nell’identità americana. I colori dell’esterno riverberano
all’interno del padiglione dove troviamo un ambiente immersivo, ci imbattiamo
in sculture multimediali, murales site specific una videoinstallazione
multicanale.
11.12. PADIGLIONE STATI UNITI “the space in which to place me” Jeffrey Gibson
Nel Padiglione Germania, curato da Çağla Ilk,
assistiamo alla performance Thresholds, con Ersan Mondtag e Yael Bartana.
Il progetto ha combinato installazione,
performance e video, invitando a riflettere sui temi della memoria, della
migrazione, della storia nazionale, ma anche di futuri possibili. Una casa
segnata dal tempo dove la polvere e la terra lasciavano intuire un vissuto che
fa parte di una archeologia domestica. Cinque performer interpretavano momenti
della vita quotidiana. Durante la giornata in diversi momenti l’azione
performativa si ripeteva conferendo vita alla installazione.
L’artista
svizzero-brasiliano Guerreiro do Divino Amor rappresenta il padiglione
elvetico che ci proietta in un tripudio di colori tecnologici dati da
proiezioni. Da oltre vent’anno l’artista si dedica allo sviluppo di Super
Superior Civilizations e alla biennale sviluppa il sesto e settimo capitolo del
progetto cartografico mondiale Superfictional World Atlas. Lo spunto su cui
l’opera ci induce a riflettere con forte ironia è il tempo presente
caratterizzato dalla forte influenza che i nuovi media hanno sulle questioni
politiche finanziarie e religiose permettendoci di orientarci con senso critico
nel nostro oggi.
15.16. PADIGLIONE SVIZZERO “Super Superior Civilizations ” Guerreiro do Divino Amor Installazione
site-specific, mixed media.
Mentre ci
avviciniamo alla settimana conclusiva di performance negli spazi dell’Arsenale,
una cosa è certa: noi di Paroladidonna vorremmo tornare, convinte che
alcune opere che già ci avevano colpito al primo incontro, avessero bisogno di
essere riascoltate, ripensate, riattraversate poiché esse avevano continuato a
lavorare dentro di noi.
Vi invitiamo, dunque, a partecipare al programma di
performance che si terranno negli spazi dell’Arsenale da lunedì 18 a domenica
24 novembre, settimana conclusiva della 60, per riflettere su tutti gli input
che daranno le performance.
















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