sabato 25 luglio 2020

25 autori per il volume curato da Antonella Pellettieri "Impareremo il futuro tra ucronie e utopie Il virus del 2020", in memoria di Antonio Nicastro


Tutto ha un centro, anche se non è posto al centro, il centro si lascia trovare. Ognuno, infatti, in ogni circostanza, va alla ricerca di quel punto da cui tutto nasce e si dipana in una trama di parole, di immagini, di commenti, di sguardi, di complimenti, di incontri … Tutto si dipana da un centro, e qui, nel volume “Impareremo il futuro tra ucronie e utopie Il virus del 2020” il centro è senza dubbio il testo di Antonella Pellettieri, che è la curatrice del volume e della collana MenSaLe in cui è inserito, ”Fonti per la storia delle epidemie e rappresentazioni della morte” (pag.199), non solo perché è stata l’ideatrice e l’animatrice del gruppo di scrittori da lei invitati a dare testimonianza di umane azioni e reazioni, di sguardi introspettivi e di gesti aperti al mondo intorno, in questa straordinaria occasione di riflessione sul mondo e su di sé nel mondo. Un mondo, dunque, alla ricerca di sé e insieme delle ragioni del sopravvivere e del continuare a vivere, nonostante che la pandemia da covid -19 ci costringesse tra marzo e aprile, giorno dopo giorno, a scrivere numeri sempre più ossessivi: contagiati, ricoverati, morti, è vero, anche sopravvissuti, ma questa parola per troppo tempo ha indicato la via di una speranza troppo labile e incerta.
Sopravvissuti … siamo sopravvissuti … siamo dei sopravvissuti … con tutte le pulsioni dei sopravvissuti: il desiderio di scollarsi di dosso le regole di difesa, di pensare ad un futuro più o meno lontano, più o meno luminoso, dove la morte non occupi tutto l’immaginario né tutto l’orizzonte concreto tra i nostri monti, oltre i nostri monti, oltre i continenti, oltre i mari e gli oceani, oltre lo spazio e il tempo …
Immaginare il futuro, costruire almeno i labili contorni del nostro possibile resistere alla morte, al dolore, alla solitudine, oltre la malattia, oltre la pandemia, che ci rende deboli tutti, senza più modelli di potenza e di potere, se non quello di una falce intenta a recidere intrecci di carne e sangue.
Sarebbe stato possibile immaginare il futuro senza conoscere il passato? Se non volgiamo lo sguardo al passato e da esso apprendiamo cosa ci attende oltre la morte, non ciò che attende le nostre anime, ovviamente, che beate o dannate, disperse in atomi cosmici o reincarnate in altre creature, pur avranno la loro sorte segnata con chiarezza nell’immaginazione o nelle convinzioni della fede, ma  ciò che attende i corpi dei nostri figli e delle generazioni che verranno … se verranno …
L’orrore della resa al nulla serpeggia in ogni scritto dei 25 autori sapientemente intrecciati da Antonella Pellettieri in un arazzo dalle trame ineguali, a volte a maglie larghe, a volte fitte e accavallate, in modi diversi ognuno ha lanciato il suo amo verso il futuro, con un gesto, una parola, una foto, un ricordo ha aggiunto al lungo filo della storia il suo piccolo, breve spezzone di filo. Il grande arazzo si è lasciato tessere, leggendo lo vediamo volteggiare verso un orizzonte indefinito, lo seguiamo con lo sguardo fino a quando sconfina nei territori dell’imprevedibile, dell’inconoscibile.
A quel punto lo sguardo si volge indietro, preso dal terrore del vuoto, ed ecco che la storia, la conoscenza della storia lo riconduce sulla via del futuro possibile.
E’ ad Antonella Pellettieri che dobbiamo la costruzione dell’ordito su cui si sono intrecciate le nostre parole, è ad Antonella che dobbiamo la sconfitta del vuoto e il recupero del senso del futuro, nel suo saggio, infatti, la vita riprende il suo corso ogni volta nella ricostruzione per parole e immagini delle malattie pandemiche o territoriali e della ricerca di rimedi, dal I sec. a.C. ai giorni nostri, e dell’incredibile destino di recupero di vitalità di un’Umanità tanto proterva nei confronti  della natura quanto da essa messa ricorrentemente di fronte alla sua debolezza e vulnerabilità.
Sopravviveremo, ci dice la storia, grazie alla ricerca di rimedi, grazie all’arricchirsi delle conoscenze, ma anche grazie ai gesti comuni di ciascuno e di tutti, gesti tanto più radicati nel quotidiano quanto più esso accorcia il suo orizzonte temporale, grazie alle parole che raccontano e che razionalizzano o che, attraverso la poesia, inseguono l’ossessione dell’eterno proprio quando domina la precarietà. Ed è così che accade che nei singoli e nelle collettività la memoria, l’immaginazione, le stesse parole non siano più le stesse. L’ingresso dello scheletro e del suo valore semantico nell’immaginario del XIII secolo, le parole che ne accompagnano l’ingresso e la permanenza nella visione del mondo dei testimoni delle pandemie, ci dicono che mai nulla, dopo la dura prova di una pandemia, sarà più come prima. Così la storia, come un film dell’orrore ma a lieto fine, scorre sullo schermo della vita, ciascuno ci aggiunge un tassello, l’ucronia e l’utopia di cui è autore.
Noi siamo gli autori, grazie ad Antonella Pellettieri, di tasselli di questa storia. Ci abbiamo messo il nostro sapere e il nostro non sapere, il nostro agire e la nostra inettitudine, il nostro potere e la nostra impotenza, le nostre attese e le nostre rese. Ci siamo messi in gioco, e così abbiamo preso parte al grande rito dell’Umanità che “è sopravvissuta e si è moltiplicata malgrado egoismi ed errori …”.



Antonella Pellettieri, lucana, storica, Director research presso l’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del CNR dal 2001, ricercatrice CNR dal 1988 e direttrice dell’Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali del CNR. Dal 2006 al 2012  è stata a capo del Progetto Insediamenti e Territori in Europa e Nel Mediterraneo del Dipartimento Patrimonio Culturale del CNR e dal 2009 al 2013 membro della Commissione per i Progetti bilaterali del CNR con enti omologhi nel mondo. È autrice e curatrice di una ventina di volumi sul Patrimonio Culturale tangibile e intangibile e di Storia e di un centinaio di saggi scientifici.

lunedì 22 giugno 2020

C'è clima e clima


Il clima post-Covid secondo Francesco Bellusci



Francesco, ci parli un po' di lei.

Sono nato a Senise (PZ), 52 anni fa, con un cognome di chiara origine arberesch. Da giovanissimo  mi interesso alla critica letteraria, curando un’antologia sulla poesia e narrativa del ‘900 lucano, con scritti di Antonio Lotierzo, Raffaele Nigro, Antonio Piromalli. Coltivo un’amicizia intellettuale intensa col poeta Pasquale Totaro-Ziella e a Frascati conosco e frequento per un po’ Vito Riviello. Infatti, dopo gli studi liceali, mi iscrivo al corso di laurea in Filosofia a “La Sapienza” di Roma, e arricchisco il mio percorso anche con una borsa di studio allo “Sprachinstitut” di Tubinga, in Germania, e con un Master in comunicazione con Ateneo Impresa di Roma, che mi consente, agli inizi, di lavorare nel mondo della consulenza e della formazione. Nell’ambiente multiculturale di Tubinga, conosco una studentessa di pianoforte di Tokyo, che dopo alcuni anni diventerà mia moglie e con la quale avremo un figlio di nome Ken Walter. Il destino vuole che il pomeriggio si eserciti al pianoforte, in alcune stanze dello “Stift” evangelico dove studiarono Teologia i tre compagni Hegel, Hölderlin e Schelling! Non manca, contestualmente, la passione per la politica, che mi porta alla militanza in organizzazioni giovanili di partito e a fare il consigliere comunale. Dopo il concorso, nel 2006, comincia la mia carriera di insegnante di filosofia e storia al Liceo classico “Orazio Flacco” di Potenza, che oggi continua al Liceo classico “Isabella Morra” di Senise. Da quel momento, i miei interessi volgono decisamente alla saggistica, con una preferenza per la filosofia contemporanea francese e tedesca. Dopo una collaborazione alla collana “Riga” della Marcos y Marcos (Milano), dedicata ai maestri del Novecento, con un saggio sul filosofo e storico della scienza Michel Serres, scrivo stabilmente per il blog culturale Doppiozero, diretto da Marco Belpoliti, come autore di recensioni e di ritratti di pensatori o di “classici” del pensiero. Svolgo anche attività di cura e traduzione dal francese e dal tedesco (prossimamente, uscirà l’edizione italiana de L’avventura del metodo di Edgar Morin, da me curata, per Raffaello Cortina di Milano). Di recente, ho scritto un saggio su Pasolini semiologo del cinema, per una collana della Marsilio, dedicata al poeta e cineasta italiano, e nel marzo scorso esce una mia intervista sul futuro della filosofia e sulle metamorfosi dell’umano, in un volume curato da Maria Frega e Francesco De Filippo, per la Giunti, che ha raccolto, nello stesso volume, i contributi di altre voci come quelle di Andrea Camilleri, Luciano Canfora, Giulio Giorello, Marino Niola, Telmo Pievani.
   
Come  ha vissuto questa fase di distanziamento a causa della pandemia da covid-19, come ha interferito con la sua professione?

Diciamoci la verità. Prima, si viveva come in una sorta di incantesimo “futurista”, con la sensazione di essere sul treno di un progresso accelerato e inarrestabile, di cui l’economia, abbinata alla tecnologia, era il conducente principale. Quel treno sembra imporci non solo una spinta frenetica ai consumi, ma soprattutto una logica della prestazione continua. E da questo punto di vista, contava poco vivere in una città o nell’area interna di una piccola regione. Potevamo lamentarcene, ma alla fine ci arrendevamo con un senso di impotenza, di ineluttabilità, di necessario adattamento.
Abbiamo scoperto, invece, che la corsa di questo treno si può interrompere o che può essere sospesa! Il virus ha parassitato la nostra dimensione globale, la nostra mobilità planetaria, così ci ha imposto la sua mondializzazione frenando la nostra, costringendo nello stesso periodo milioni di persone nel mondo a stare a casa, a non incontrarsi, a non prendere più aerei o treni ad alta velocità.. Ero in procinto di prenderne uno, per Milano, proprio nei gironi in cui è scoppiato il caso Codogno. Anche per me, quindi, nello choc iniziale, è stata l’occasione per una pausa di riflessione, di ripensamenti, e perché no, di disintossicazione del superfluo, del frivolo, come per molti.  
Da insegnante, ho avuto la possibilità di lavorare, anche da casa, con la famosa “didattica a distanza”, che sarebbe meglio chiamare didattica digitale. Come è meglio parlare di “distanziamento fisico” e non di “distanziamento sociale”, perché, mai come in questi casi, la società non si dissolve, ma seppure in negativo, fa sentire la sua presenza con il controllo, a volte la coercizione, ma anche con il richiamo alla responsabilità individuale e con l’intensificazione di ciò che alla fine la caratterizza, nel fondo: la comunicazione (è stato l’exploit dei webinar!).
I nostri corpi erano divisi e ancora lo resteranno, in parte. Questo provoca in me, come in tutti, credo, un turbamento e ci rende inquieti di fronte al ritorno parziale alla normalità, che sarà ancora pesantemente medicalizzata, igienizzata, a scuola, nell’università, nei cinema, nelle sale da convegno. E per le strade il profumo del confinamento e del distanziamento si respirerà ancora. Giocheremo tutti a considerarci come vettori potenziali di contagio e a irrigidirci in un ruolo, ad auto-inibirici, come accade al cameriere di cui parla Sartre ne L’essere e il nulla, manifestamente meccanico nell’interpretare il suo ruolo. Lo dovremo fare, se continua l’emergenza e l’incertezza sui rimedi sanitari al problema, ma sarà importante avvertire il disagio di questa situazione e la sua provvisorietà, perché ci ricorderà che non possiamo ridurci a essere solo “potenziali malati” e che il nostro modo di essere è proprio il rigetto a cristallizzarci in una una dimensione (Sartre avrebbe detto all’“in-sé”), tanto più in quella di esseri che pensano solo alla sopravvivenza biologica.
D’altra parte, con l’esperienza del confinamento, non ci siamo resi conto che “stare a casa” non significa automaticamente “sentirsi a casa”? La nostra “casa” è il progetto di vita con cui ci affacciamo al mondo e lo abitiamo, la trama delle relazioni che tessiamo, peraltro potenzialmente illimitate, dal momento che oggi possiamo attingerle e custodirle anche attraverso la Rete. E, in questo, il corpo gioca un ruolo chiave, è il vettore della nostra mobilità verso il mondo e nel mondo. Come dice il filosofo francese Jean-Luc Nancy, i corpi sono sempre sul punto di partire. E la sofferenza di questo confinamento, comunque necessario, non poteva non lasciare il suo stigma proprio sul corpo, costretto a una forzata immobilità.


 Come è cambiata la sua relazione con i social media?

Non molto, perché li usavo abitualmente anche prima. Ho assistito, anzi, con soddisfazione agli effetti di bonifica che il clima psicologico della crisi ha avuto, seppure parzialmente, su certi stili comunicativi improntati all’eccesso o a intenti manipolatori, che sembravano prevalenti su queste piattaforme. Hanno recuperato la funzione originaria di condivisione, di socializzazione, anche delle ansie, sono serviti a esorcizzare la siderazione provocata dallo choc.  Ne ho potuto apprezzare anche qualcun altro in particolare, più fruito dai giovanissimi, come Instagram, perché conferma il potere crescente delle immagini e della cultura visuale nella nostra società, su cui mi capita di riflettere ultimamente.
Walter Benjamin parlò di perdita d’aura dell’opera d’arte, una volta riprodotta in immagini fotografiche. Viceversa, il nostro Leonardo Sinisgalli, già negli anni Quaranta, parlò della fotografia e del cinema come “macchine oniriche”, perché con la profusione e la fruizione di massa delle immagini hanno “arricchito” i sogni, anche dei membri di classi sociali povere, non avvezze al consumo di libri o di musei. Immagino quale sarebbe stato il suo entusiasmo di fronte ai media digitali!
Direi, forse, che il blocco delle attività e il confinamento domestico hanno giovato di più agli adulti per scoprire e usare meglio questi strumenti, di migliorare in quelle competenze di information o media literacy, che i nativi digitali imparano da sé e per i quali costituiscono quasi un “sapere tacito”.


Quale autore o libro l’ha accompagnata?

Confesso di aver scritto più di quanto non abbia letto, nei mesi scorsi, perché dovevo concludere un progetto iniziato poco prima della pandemia. Molte letture che ho fatto, quindi, erano ricerche funzionali alla prosecuzione di questo progetto. Volevo anche intervenire sul presente, e l’ho fatto con un articolo sull’Europa, la sua solidarietà interna, il futuro dell’integrazione, messa a dura prova dalla crisi sanitaria e dal suo impatto economico
Tuttavia, non mi è mancata l’occasione di fare qualcuna di quella che viene chiamata lettura del tempo libero. La mia scelta è andata su Patrick Chamoiseau, scrittore della Martinica francese, e su Boualem Sansal, scrittore algerino. Trovo interessanti queste voci alla “periferia” dell’Occidente, diciamo, perché esprimono una prospettiva più planetaria e cosmopolitica di quanto non faccia la letteratura “occidentale”, a volte, troppo ripiegata sui microcosmi sociali, esistenziali, nevrotici, delle nostre società affluenti. 

Un evento, come quello in corso, in che termini e in che misura ha modificato il clima culturale, in particolare a livello locale? Possiamo parlare di un arricchimento o di un impoverimento del clima culturale locale?

La cultura è chiamata a  dare un contributo nell’accompagnare il passaggio al dopo-confinamento, che sarà ancora pieno di incertezze, ma con la certezza che il virus ci costringe a inventare, a ridisegnare la mappa dei valori e degli stili di comportamento, a trasformare, se mi consente il gioco di parole, quei processi di trasformazione globale che adesso si sono solo rallentati, ma che presto riprenderanno inevitabilmente la loro marcia. Questo trauma si deve convertire in una presa di coscienza nuova e in una nuova resilienza, e la cultura può fare molto. Anche perché si tratta di una crisi sistemica e, come tale, è aperta a diversi esiti possibili che dipendono dall’interazione di tanti e irriducibili fattori. È vero, il negazionismo, che prima trionfava sulle disfunzioni della mondializzazione o sul cambiamento climatico e le micro-catastrofi che lo accompagnano, ha ricevuto un duro colpo, ma le forze reazionarie sono sempre in agguato, potranno sempre dirci che è stato soltanto un incidente di percorso e che la rotta non cambia. E la prima funzione della cultura è reagire contro la reazione!
Mi chiede se è un arricchimento per il livello locale? Ma certo! Almeno come opportunità. Quello che è accaduto ha fatto percepire a milioni di esseri umani, nelle propria vita quotidiana, simultaneamente, la stessa fragilità, lo stessa minaccia, lo stesso destino. Mai, come adesso, si sono connessi il locale e il globale e sono apparsi, alla coscienza dei singoli, nella loro interdipendenza. Sono i germi di una empatia, di una solidarietà globale, di una sensibilità umana rigenerata, che la globalizzazione solo dei mercati non produce. È qualcosa di inedito che ha bisogno di nuove narrazioni, anche e forse soprattutto a livello locale, e che possono forgiarsi e circolare attraverso la poesia, l’arte, la letteratura, la filosofia, ma anche eventi di spettacolo, museali, nuovi. Lo ha dimostrato la grande risonanza di una poesia come Novemarzoduemilaventi di Mariangela Gualtieri, proprio per come è riuscita, nei momenti più drammatici della crisi, a interpretare l’angoscia pensosa che afferrava tutti.
E, ancora, la cultura può fare molto per aiutarci a sostenere il peso dell’ignoto e dell’imprevedibile che ci si è spalancato di fronte, dopo che per secoli abbiamo creduto di essere i padroni della natura. Ora, abbiamo capito che quell’ignoto e quell’imprevidibile non diminuiscono, non arretrano, ma si estendono, quanto più avanza la scienza.
  
Quali domande sulla società e sulla vita ha sollecitato in lei questa esperienza?

È fondamentale porsi queste domande, perché le crisi sono occasioni di miglioramento, di nuovi slanci, ma possono anche indurre tentazioni regressive, la ricerca di capri espiatori e riproporre false mitologie. Su un piano oserei dire metafisico, come tutti, sono stato condotto dalla crudezza dolorosa degli avvenimenti a pensare la vita in termini meno “spiritualistici”. La vita, compresa quella degli esseri umani, è un campo di battaglia tra parassitismo e simbiosi, che accompagnano sempre le relazioni tra viventi. E nessuna protesi tecnologica, al momento, può proteggerci da questo. Noi stessi siamo parassiti della Terra, che sono peraltro giunti a diventare forze di alterazione geologica, come affermano i sostenitori dell’Antropocene, con potenziali conseguenze nocive per noi stessi. Una grande vulnerabilità si accompagnerà alla nostra immensa potenza tecnologica, e anche se questa si accrescerà, sarà sempre più sofisticata, in ogni ambito compreso quella biomedico. Ma ecco, una nota confortante. Nei momenti in cui la crisi ci ha colto di sorpresa, ha mostrato falle nel sistema sanitario o un deficit di dotazione tecnologica, questi sono stati compensati dal capitale sociale, umano, straordinario di infermieri e medici! Questo mi porta a pormi un’altra domanda, meno metafisica questa volta: cosa fanno emergere esperienze collettive così drammatiche in una società? Beh, direi senz’altro il valore del vivere-insieme, la tendenza a sentirci soggetti solo nella cura, nella responsabilità, nella solidarietà per gli altri, ad avere la certezza di vivere in un mondo se di questo mondo ne parliamo con gli altri e se in questo mondo vi agiamo con gli altri. Il modo di sostenerci a vicenda in ogni ambito, non solo quello delle cure sanitarie, di resistere insieme, ha fatto venir fuori la volontà di preservare questo “tra-noi”, il tesoro di questa cura reciproca.
Hannah Arendt, la celebre filosofa della banalità del male, era molto sensibile a questo tema. Questo tesoro lo chiamava consapevolmente con i termini un po’ desueti di “felicità pubblica” o “libertà pubblica”, mutuati dal costituzionalismo moderno. Ma, in effetti, voleva rimarcare che non ci sentiamo veramente liberi o felici, nella dimensione della privatezza, se restiamo schiacciati sull’interesse privato. Non lo abbiamo forse verificato in tutti gli sforzi che abbiamo fatto nel tenere in vita questo “tra-noi”, anche a distanza? Ma è un tesoro fragile, sempre minato dal male che pure cova nelle nostre relazioni e nelle nostre società, come ha dimostrato il caso terribile e ripugnante della morte di George Floyd. Ora, la sfida è renderlo durevole.

Quale autore/artista/musicista lucano pensa che possa interpretare questo momento storico?

Torno di nuovo al poeta-ingegnere di Montemurro! Infatti, una delle immagini più stupefacenti di questa crisi è stato il vuoto delle strade, dei parchi pubblici,  in megalopoli come Milano, New York, Londra, durante il periodo del confinamento. Spazi che solitamente vedevamo gremiti da “folle solitarie” e torrenziali. E il mio pensiero corre immediatamente a “Horror vacui”, l’appendice dello strabiliante ed eteroclito “zibaldone” di pensieri che è il Furor Mathematicus di Leonardo Sinisgalli. Quest’orrore del vuoto è  uno dei fantasmi che la cultura e il senso comune in Occidente hanno sempre cercato di rimuovere, come la morte. Perché scelgo questo scritto, in cui la mente di Sinisgalli si muove come un nomade tra letteratura, filosofia, scienze, meccanica e aneddotica? Sinisgalli lo scrive nell’autunno del 1943, nella situazione drammatica della Roma occupata dai nazisti, dopo l’armistizio di settembre, in condizioni di vita sospesa, di vulnerabilità, di pericolo, emotivamente affini a quelle, oggi, vissute da noi.  Si può leggere questo testo di annotazioni, di meditazioni e di aforismi (non a caso molti sono ideati, guardando dalla finestra della casa romana, come abbiamo fatto noi nei giorni del distanziamento), come le tante facce di un prisma dove possiamo specchiarci, trovarvi simmetrie o rimandi con gli stati d’animo o le riflessioni che si sono insinuate nella nostra mente, in questo periodo. Per citarne qualcuna, penso a un passaggio di sapore spinoziano come: “La sostanza della verità è unica: forse è la nostra necessità di esistere, la necessità di esistere di ogni cosa”, e la mente corre al modo in cui queste necessità, quella nostra e del virus, entrano in collisione e a come, in natura, buono e cattivo si relativizzano.  Oppure: “Più dei regni: animale, vegetale, minerale, più dei tre gradi di esistenza: organico, inorganico, spirituale, c’interessa la divisione del mondo in una sfera visibile e una sfera invisibile”, e la mente corre all’ago invisibile e sottilissimo (il Covid-19) che ha improvvisamente e incredibilmente bucato la mongolfiera della globalizzazione trainata da scienza, tecnica e profitto. Oppure, ancora, quando Sinisgalli si chiede: gli uomini fanno macchine come gli uccelli fanno le uova, l’ostrica fa la perla, la chiocciola il guscio?. In questo caso, il grande poeta di Montemurro, indirettamente, ci fa capire che la transizione ecologica che tutti auspichiamo, nello stile di vita e nel modello di sviluppo, non ha niente a che fare con ritorni immaginari a uno “stato di natura” idealizzato, e ci fa riflettere sulla complessità evolutiva degli esseri umani. Libro straordinario e attualissimo! Quello che mi colpisce, poi, di queste pagine, è l’umanesimo sobrio, il disincanto mai cinico, aperto alla speranza e all’ironia, che trovo una cifra della lucanità. Mi viene per questo naturale accostare Sinisgalli alla grande tradizione dei moralisti francesi come Montaigne.

 Cosa pensa della didattica a distanza, si ridurrà la resistenza alla tecnologia nella comunicazione o addirittura ne conseguirà una più diffusa colpevolizzazione? Si troverà un equilibrio tra reale e virtuale? E’ necessario trovarlo? Per quale fine?

È importante trarre tutte le lezioni da questa crisi e dalle risorse che si sono rivelate e si riveleranno strategiche, per affrontarne le conseguenze immediate e future. Abbiamo vissuto un confinamento 2.0 o 3.0, non un semplice confinamento, ricordiamocelo. Internet si è confermato il passo straordinario in avanti, che ha consentito di rendere la comunicazione una utility, come l’elettricità, che tutti abbiamo in casa. Abbiamo potuto surrogare la presenza con la telepresenza, con la teleformazione, con il telelavoro.. Preferisco usare questa espressione, perché trovo improprio dire  “didattica a distanza” o “lavoro a distanza”, a proposito di un mezzo che ha abolito la distanza, come mai era successo nella storia dell’umanità! Certo, abbiamo sperimentato una modalità che non può e non deve sostituire quelle precedenti, ma abbiamo anche compreso quanto fosse sottoutilizzata nel passato. Solo una logica inerziale e ottusamente burocratica,  ci portava a fare magari una riunione in presenza, che, organizzata e svolta in telepresenza o in video presenza, consente di ottimizzare tempo, energia e di inquinare forse di meno!
Quindi, la prima lezione che possiamo trarre è che per noi sono vitali tanto la biosfera quanto l’infosfera, ed entrambe meritano la nostra cura. Solo un ecologismo malinteso e fondamentalista (penso ai survivalisti che imparano a vivere in ambienti selvaggi, senza alcun comfort tecnico della modernità) fa dimenticare che noi, Homo sapiens, siamo al cento per cento natura e siamo al cento per cento cultura.
Quindi, sicuramente va trovato un equilibrio, una soglia tollerabile, tra presenza e telepresenza, soprattutto per preservare la qualità dei legami. Non tanto tra reale e virtuale, perché l’infosfera sta già cancellando di fatto questo confine, anche nella percezione quotidiana. Probabilmente, questo scomparirà del tutto, quando le nuove generazioni non riusciranno a concepire com’era fatto il mondo al tempo dell’analogico, così come noi non abbiamo alcun ricordo del mondo senza elettricità.
Lo stesso vale per la didattica digitale, che non si riduce alla emergenziale “didattica a distanza” e che restava una scommessa per trasformare i modi di insegnare e di apprendere, anche prima della crisi. Questa esperienza potrà far riflettere su come accelerare una integrazione tra didattica digitale e didattica tradizionale, al di là delle situazioni emergenziali.
Sopraffatti dall’emergenza e forzati a fare tutto da casa, docenti e studenti, è normale che il mood prevalente sia improntato a un rifiuto quasi “romantico” di questa nuova strumentazione e di queste nuove modalità e a una mitizzazione nostalgica del passato, ma credo che nei prossimi mesi e soprattutto quando sarà finita l’emergenza, potremo più serenamente soppesare ciò che vi è stato di innovativo, anche in questi momenti difficili, e utile da conservare anche per il futuro. Già prima di questa crisi noi abitavamo sempre meno lo spazio materiale, metrico, cartesiano, conteso sempre più dallo spazio web, dove peraltro i giovani vivono, s’incontrano e attingono abitualmente le loro informazioni.
Ma, senza entrare qui in un discorso lungo e complesso, è chiaro che il vero cambiamento della scuola concerne la frontiera dei contenuti. Secondo me, bisogna capire che l’innovazione pedagogica passa da lì e non è né sinonimo di uso del digitale, fine a se stesso, né può dipendere dal carisma del docente, che rimane una dote individuale e non la si può pretendere come un requisito professionale. Le faccio un esempio: noi navighiamo nella Rete, ma non mettiamo ancora in rete le discipline, i saperi, non vediamo la multidimensionalità dei problemi. C’è ancora troppa poca interdisciplinarità e transdisciplinarità nella scuola, nonostante la buona volontà. Come capire, ad esempio, questa crisi o far capire questa crisi ai ragazzi, se ognuno resta “confinato” non solo a casa, ma nella sua disciplina, nel suo programma curricolare? Il mio liceo mi ha dato la possibilità di fare una programmazione trasversale, per entrambi gli indirizzi, classico e scienze umane. E allora, ho sperimentato un ciclo di videolezioni intitolato: «La crisi della pandemia come crisi planetaria e policrisi». Abbiamo preso spunto ora dalla poesia della Gualtieri, ora dal discorso rivolto all’Italia dalla presidente della Commissione europea von der Leyen, ora da resoconti di psicologici clinici, per poi esplorare le dimensioni della crisi e la loro interconnessione, con l’ausilio di nozioni di storia, sociologia, filosofia, psicologia, geopolitica, biologia evolutiva.. I ragazzi si trovano molto a loro agio con approcci multidisciplinari, che collegano e contestualizzano, perché la loro mente di nativi digitali è abituata più a connettere che ad astrarre, e si entusiasmano quando percepiscono il momento preciso in cui la massa di informazioni, che li sommerge, finalmente si trasforma in conoscenza! Un tempo rischiavamo di restare ignoranti, senza avere accesso alle informazioni. Oggi rischiamo di diventare ignoranti, se restiamo solo “informatissimi”! La missione del docente del futuro è di tenere viva questa coscienza nei ragazzi.


Antonella Consoli, di Lagonegro (PZ), l'anno scorso ha vinto la prima edizione  2019 del Premio IAI –Istituto Affari Internazionali di Roma, per le scuole superiori di tutta Italia e io sono stato il suo docente tutor per il concorso, oltre ad aver suggerito io ovviamente alla ragazza di partecipare con un elaborato sul rapporto tra democrazia e digitale. Una bella soddisfazione lucana

Quale “messaggio” vorrebbe inviare ai giovani lucani, in relazione alla problematica antica del loro allontanarsi dai confini regionali?

Il messaggio è di non inchiodarsi pregiudizievolmente né al: “Resto qui, costi quel che costi!”, né al: “Da qui devo assolutamente scappare!”. Un giovane lucano è anche un cittadino europeo e quindi è giusto che pensi l’orizzonte delle sue chance di autorealizzazione dentro questa cornice e a partire dalle vocazioni individuali. Ho sempre trovato bizzarre politiche che si pongono esplicitamente lo scopo di contrastare la fuga di cervelli, l’emigrazione per lavoro... che senso hanno nello spazio comunitario di libera circolazione delle persone e dei lavoratori?!  
D’altra parte, non vedo quale altro messaggio poter rivolgere a generazioni che non vivono più tanto di appartenenze (regionale, nazionale, religiosa, politica..), ma sono la generazione degli “individui” per antonomasia.


giovedì 11 giugno 2020

Su Craft world Opensim a vocazione didattica

Dopo SL, dove come Azzurra Collas ho ideato il romanzo collettivo "La Torre di Asian", ora sono in Craft world per un progetto didattico. 


  • L'immagine si riferisce alla mia visita alla mostra d'arte contemporanea curata da Rosanna Galvani aka Roxelo Babenco, ideatrice e curatrice del Museo del Metaverso. 

venerdì 5 giugno 2020

Azzurra Collas è di nuovo in Craft word!
Lumina di Lorenza Colicigno
Per le Donne della Costituzione: Nilde Iotti, Lina Merlin, Elettra Pollastrini, Teresa Noce, Rita Montagnana, Adele Bei, Bianca Bianchi, Elisabetta Conci, Laura Bianchini, Maria De Unterrichter Jervolino, Filomena Delli Castelli, Maria Federici Agamben, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Teresa Mattei, Angela Minella Molinari, Maria Nicotra Verzotto, Ottavia Penna Buscemi, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio. Il respiro della terra
Il vento spinge verso il cielo il respiro lieve della terra dalla fonda ferita della cava. Sale come un sospiro, destinato a farsi altro. Così il vento si porta via i progetti delle donne. Ferite nel profondo dall'indifferenza quando, complice il vento, ne spazza via perfino i sogni, pur rinascono, petali d'ogni corolla.

https://www.facebook.com/pg/blackboxc19/videos/

BlackBox è un mosaico digitale realizzato con smart phone, un'opera d'arte che accoglie tutti coloro che ne vogliono fare parte!

Unisciti a @elisalaraia e altri 44 artisti e condividi la tua storia con noi!

Descrivi come stai vivendo questo isolamento, in un video di 3 minuti con sfondo bianco in un taglio verticale e invialo a blackbox2019@libero.it o con @blackboxc19
#blackbox19 #covid19 #art


venerdì 29 maggio 2020

Testimonianze dal mondo della scuola al tempo del Covid - 19

Testimonianze dal mondo della scuola al tempo del Covid - 19

Ci si avvicina alla chiusura della scuola, una  scuola profondamente diversa quella cui eravamo abituati. Per un bilancio dovremo forse aspettare la chiusura dell’anno scolastico e valutare anche come è stato affrontato il tema delle valutazioni. Intanto abbiamo voluto ascoltare il parere di alcuni protagonisti del mondo della scuola e dell’università. Esperti  e studenti  cosa pensano della scuola a distanza e della Didattica A Distanza?

Il parere degli esperti

Luigi Catalani
Bibliotecario
Coordinatore nazionale area didattica Wikimedia Italia
Docente Informatica per le scienze filosofiche Unibas

L’emergenza sanitaria ha provocato uno strappo al mondo della scuola, alle sue consuetudini, imprimendo un’accelerazione forzata, quasi violenta al processo di digitalizzazione del sistema educativo, mettendo a nudo le criticità ma anche le potenzialità della didattica a distanza. Ha reso più evidente la questione del digital divide: non tutte le famiglie possiedono gli strumenti per fruire della formazione a distanza, non tutte le scuole hanno messo a punto una strategia ponderata e condivisa di formazione a distanza, non tutti gli insegnanti hanno acquisito le conoscenze e competenze necessarie per individuare le applicazioni e le piattaforme più adatte alle proprie esigenze. La questione non è solo tecnologica, è soprattutto pedagogica. Il nuovo ambiente formativo, al quale tutti hanno dovuto adeguarsi, impone una riflessione radicale sulla quantità e sull’accessibilità dei contenuti didattici, sull’adozione di metodologie in grado di favorire il coinvolgimento attivo degli studenti, sul capovolgimento del tradizionale ciclo dell’apprendimento che non è più un’opzione ma una necessità. Nella sua eccezionalità, quella che stiamo vivendo è un’occasione unica per ripensare metodi e funzione delle agenzie educative, per sostituire la logica degli adempimenti con quella della cultura intesa come esercizio del pensiero critico, per uscire dalla comfort zone dell’aula fisica e dei supporti cartacei e abitare con uno sguardo nuovo il nostro tempo, la cui dimensione sociale, lavorativa ed educativa è frutto della continua interazione tra la realtà offline e la realtà online. Le nostre vite, le nostre relazioni, le nostre comunicazioni sono già digitali, senza per questo aver smesso di essere anche analogiche. L’emergenza ci ha fatto notare tutto d’un colpo che i processi educativi non possono fare eccezione: su questo riconoscimento è possibile, forse doveroso, costruire una scuola più orgogliosa e consapevole della sua missione e del suo ruolo sociale. 

Il parere degli esperti

Emilio Lastrucci
Docente di Pedagogia Sociale e Pedagogia Sperimentale
Dipartimento di Scienze Umane – Università della Basilicata
Docente Dottorato di Ricerca in Psicologia dello Sviluppo e Ricerca Educativa, Facoltà di Medicina e Psicologia, Università “La Sapienza” di Roma
Presidente Nazionale Associazione Pedagogica Italiana
Consulente scientifico del MIUR


Il processo di diffusione a livello di sistema delle tecnologie didattiche (TD) e della Formazione Aperta e a Distanza (FAD, acronimo che all’origine rendeva nella lingua italiana quello utilizzato per la lingua inglese ODL, Open Distance Learning, adottato per denotare la prima importante esperienza di didattica universitaria a distanza, la Open University) nel nostro Paese ha avuto avvio durante il Dicastero di Luigi Berlinguer (I governo Prodi, 1996-1998), il quale varò, impegnando un ingente investimento di risorse finanziarie, tecnologiche e professionali,  il Piano per lo Sviluppo delle Tecnologie Didattiche (PSTD) , rivolto all’intero sistema scolastico, ed istituì la Commissione UNIFAD, assegnandole il compito di elaborare un progetto di riorganizzazione del sistema universitario che contemplasse in misura consistente l’erogazione di attività a distanza, già parzialmente sperimentate attraverso l’attività del “Consorzio Nettuno” e del CUD (Consorzio per l’Università a Distanza, con sede a Cosenza), grazie alla collaborazione stretta con la RAI.
Quale consulente scientifico del Ministro (che ricopriva la carica tanto per la pubblica istruzione quanto per l’università e la ricerca), ho contribuito in prima persona sia alla fase elaborativa sia a quella attuativa, su questi vari fronti, di questo processo di rinnovamento, che assumeva una valenza strategica nel progetto di riforma, sia del sistema scolastico-formativo (riconoscimento dell’autonomia scolastica e riordino dei cicli) sia di quello universitario, che fu promosso e (solo in parte) attuato da quel governo.
Il PSTD mirava, fondamentalmente, a conferire alla scuola un ruolo di protagonista e propulsivo, piuttosto che di istituzione destinata a subire ed inseguire, in una posizione permanentemente arretrata e conservatrice, il processo, sempre più accelerato, di profondissima trasformazione culturale e della vita civile determinato dall’avvento delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (TIC). Tale scopo veniva conseguito in due fasi, denominate Piano A (formazione delle competenze informatiche e telematiche dei docenti) e Piano B (dotazione di spazi – cioè il laboratorio informatico – e attrezzature) di ogni istituzione scolastica.
La commissione UNIFAD (nella quale ho ricoperto il ruolo di vice-coordinatore, affiancando il mio collega Lucio Pagnoncelli, pedagogista della Sapienza – università presso la quale in quegli anni anche io operavo, poco prima di trasferire la mia sede presso l’ateneo lucano) aveva anch’essa un fine molto ambizioso, proponendosi di estendere la frequenza dei corsi di laurea e la partecipazione all’alta formazione a categorie sociali che, in ragione di varie condizioni di svantaggio (studenti lavoratori, residenti in località periferiche rispetto ai centri nei quali erano ubicati gli atenei, disabili ecc.), erano fino a quel momento rimaste escluse dai circuiti della formazione terziaria. 

Nel periodo ultra-ventennale che ci separa da quella stagione aurorale nella quale si gettarono le basi per espandere ed arricchire la professionalità docente con un complesso di competenze legate alla comunicazione digitale, allo scopo di metterne a frutto tutte le potenzialità per accrescere al massimo grado l’efficacia e la qualità dei processi di apprendimento/insegnamento, e quindi garantire una maggiore equità ed inclusione, ho continuato ad occuparmi di formazione a distanza seguendo coerentemente quella medesima prospettiva, convinto che un uso consapevole e sapiente dei media che in questo arco di tempo hanno avuto sviluppo (in particolare i social media, che hanno impresso l’impulso decisivo al sopravvento della comunicazione nella dimensione virtuale in rapporto a quella del vissuto reale “in presenza”) permettesse alle istituzioni formative – dalla scuola dell’infanzia all’università – di operare in forma sempre più incisiva in coerenza con i fondamenti democratici che ne ispirano il progetto pedagogico-culturale.
Nell’ultimo lustro l’impegno dei vertici del sistema scolastico-educativo per potenziare il ruolo delle tecnologie didattiche nell’offerta formativa ha trovato decisiva conferma attraverso l’attuazione del Piano Nazionale per la Scuola Digitale (PNSD), avviato con la riforma de “La buona scuola” (L. 107/2015).
Fino a qualche mese fa, il quadro dello stato di sviluppo della didattica digitale nel tessuto scolastico ed universitario nazionale, registrabile attraverso alcuni indicatori utilizzati nella valutazione di sistema, sembrava decisamente incoraggiante, anche se la vivacità del dibattito attorno ad una serie di nodi problematici denunciava in modo evidente come “l’infatuazione elettronica” nascondesse criticità e zone d’ombra che richiedevano di essere indagate e valutate in forma più meditata ed approfondita. Tale dibattito ha avuto punte di aspro contrasto, in particolare, nel confronto fra i sostenitori dell’ottimistico approccio BYOD (Bring Your Own Device) e coloro (fra cui chi scrive è stato in prima linea) i quali, valutando i risultati di rigorose ricerche condotte sul campo, hanno cercato di evidenziare gli inquietanti effetti, e gli ancora più preoccupanti rischi, dell’immersione dei giovanissimi (soprattutto i cosiddetti post-Millenials) nella comunicazione  virtuale, attraverso la quale viene gradualmente ad indebolirsi la sana consuetudine ad una vita di relazione esperita in contesti aggregativi e comunicativi legati al vissuto reale, nonché, per conseguenza, a degradarsi il valore, la  profondità e la stabilità delle relazioni inter-umane.
L’emergenza sanitaria, che ha imposto a tutte le istituzioni educative, dall’oggi al domani, di gestire l’attività didattica completamente a distanza, per un periodo la cui esatta durata non siamo in grado allo stato di stabilire, ha indubbiamente costituito quella condizione critica il cui impatto svolge anche la funzione di mettere alla prova l’effettiva capacità del sistema di gestire il proprio servizio e conseguire i propri fini istituzionali attraverso la  padronanza dell’innovazione, mettendo in campo tutte le risorse (strumentali/tecniche e professionali/umane) di cui dispone ed avvalendosi dell’esperienza maturata in circa un quarto di secolo di faticosa e spesso tormentata appropriazione e declinazione a fini didattico-educativi dei risultati e dei prodotti più avanzati della comunicazione digitale.
L’emergenza della pandemia ha sicuramente posto la scuola ed il mondo della formazione di fronte alla sfida decisiva con la tecnologia.
Se, dopo oltre un mese di scuola ed università a distanza full time (che rappresenta comunque un arco temporale troppo limitato per poter eseguire una verifica adeguatamente approfondita e documentata, ma tutto sommato sufficiente per poter iniziare a mettere a fuoco problemi e difficoltà più vistosi ed indicare conseguentemente qualche possibile strategia di miglioramento), mi si chiede di tracciarne un primo bilancio e valutare quanto queste istituzioni fossero realmente preparate ad affrontarla, nonché il valore degli esiti finora conseguiti, non posso esimermi dal porre in risalto il rivelarsi di alcune criticità che, ancorché ad un livello di prima generale impressione, rendono questo bilancio, tutto sommato, piuttosto deludente.
Attraverso i miei primi studi e le mie prime pubblicazioni scientifiche sulla formazione a distanza, connessi a quelli degli allora più avanzati centri di ricerca nazionali (come, ad esempio, per una lunga fase, il CNR di Genova e l’Istituto “S. Anna” di Pisa), si era pervenuti a schematizzarne le diverse forme, in funzione del combinarsi di tre parametri fondamentali: tempo reale o differito dello scambio dei messaggi, interattività ed utilizzo combinato o meno di tracciati audio e video.
Già da allora avevo cercato di mostrare che la forma più evoluta di didattica a distanza, che riproduce la forma più avanzata di quella in presenza, sia costituita dalla modalità sincrona-interattiva audio/video, permessa dall’utilizzo di programmi e piattaforme, di livello più o meno professionale, per lo svolgimento di teleconferenze o (secondo un neologismo di recente introdotto) webinar. Da una ricognizione eseguita su alcune istituzioni scolastiche e universitarie (che non costituiscono un campione rappresentativo, per cui la rilevazione non consente generalizzazioni, ma riveste comunque una funzione indicativa) risulta che solo una quota minoritaria dei docenti si avvale di questo tipo di strumenti, praticando prevalentemente forme di didattica asincrone ed a bassissima interattività, che vanno dal fornire materiali di studio ed assegnare compiti per accertarne l’assimilazione alla registrazione audio o audio/video di lezioni frontali da fruire in forma asincrona.
Ritengo che la teleconferenza (sincrona, interattiva, audio/video), se effettivamente sfruttata in tutte le sue potenzialità, permette di realizzare una didattica frontale o cooperativa (o addirittura stile flipped classroom) esattamente come in una situazione in presenza (considerando che le percezioni tattili, olfattive e gustative, che è impossibile riprodurre a distanza, non hanno una funzione determinante per larga parte della didattica, se si escludono alcuni casi particolari come, ad esempio, le lezioni di cucina in un istituto alberghiero o le attività di laboratorio in un istituto tecnico o professionale o nella facoltà di ingegneria,  ovvero in sede di tirocini e lezioni pratiche, come per l’attività settoria o quella clinica per gli studenti di medicina) ed anzi, permettono  addirittura l’uso di strumenti ausiliari che arricchiscono la lezione. Durante le mie lezioni a distanza io uso, ad esempio, scrivere od elaborare schemi su una whiteboard il cui contenuto viene salvato in un file, consento ai miei studenti di intervenire con osservazioni, commenti, richieste di chiarimento e approfondimento ecc. e permetto loro di registrare queste osservazioni anche sulla chat durante lo svolgimento della lezione, senza interrompere quest’ultima, per poi valutare collettivamente queste annotazioni a margine alla fine della lezione, come si farebbe in un’attività di brain-storming. La video-lezione viene comunque registrata e tutti i materiali prodotti durante il suo svolgimento, così come altri materiali citati o pertinenti, vengono resi disponibili in un contenitore (drive condiviso o classe virtuale o canale Youtube), cui gli studenti hanno libero accesso continuo, cosicché possono fruire della lezione o di sue parti quante volte desiderano, ovvero quelli che non hanno potuto partecipare sincronicamente possono comunque seguirla in differita.
In tal modo la perdita della video-lezione rispetto alla lezione in presenza si azzera pressoché del tutto, presentando, anzi, la prima alcuni notevoli vantaggi (in particolare, risparmio del tempo e dei costi di spostamento fra abitazione e sede della didattica) ed alcuni “valori aggiunti”, come la possibilità di fruire più volte di quell’intervento formativo ed eventualmente (in forma asincrona) negli orari preferiti, se quelli della lezione in modalità sincrona coincidono con altre attività.
Ciò non significa, a mio modo di vedere, che valga la pena sostituire completamente con attività a distanza l’esperienza formativa in presenza, che si svolge nell’ambiente fisico deputato, il quale, oltre che un ambiente di apprendimento rappresenta anche un contesto fondamentale di socialità, e quindi di vita. Le relazioni inter-umane, di tipo orizzontale (fra pari) o verticale (fra docenti e discenti), rivestono infatti, in ogni caso, una funzione decisiva, oltre che ai fini dell’efficacia dell’esperienza formativa, anche come esperienza di vita. Da tale punto di vista, perciò, l’esperienza educativa vissuta nel contesto della comunità educante, risulta irriproducibile – anche con le tecniche più evolute e raffinate - ed insostituibile.





Dal diario di un docente/genitore nella scuola digitale



“Nella fase emergenziale che stiamo vivendo, - ci dice A. Z. (le lettere simbolicamente vogliono rappresentare una condizione diffusa) - anche al netto delle indicazioni ministeriali, la scuola ha sin da subito svolto il proprio ruolo di Comunità educante. Le maggiori criticità dal punto di vista degli studenti e delle famiglie le riscontro nel fatto che la didattica a distanza non si presenta per nulla inclusiva, anzi ha aumentato il divario sociale e rigettato indietro i più deboli e vulnerabili. Non è solo la mancanza di un device il problema, il che aggrava la condizione di molte famiglie in cui si vive anche il problema della perdita di lavoro da parte dei genitori. I ragazzi delle scuole secondarie di II grado sono più autonomi nel gestire le tecnologie, meno gli alunni delle secondarie di I grado, molto meno o per nulla gli alunni della primaria, e non è detto che i genitori siano in grado di scaricare un’applicazione per la didattica a distanza. A rischio di emarginazione sociale sono in particolare i bambini/ragazzi con disabilità o altri BES. Tra i docenti vanno distinti coloro che sono più esperti delle nuove tecnologie e altri che sono abituati a una didattica tradizionale, non manca anche il problema della Privacy e del trattamento dati, affrontato spesso con scarsa consapevolezza. A tal proposito il Garante per la privacy è intervenuto il 30 marzo, lasciando ampio margine alle singole istituzioni scolastiche. L’ampia discrezionalità nell’uso delle piattaforme (da Skype a Zoom a WatsApp oppure quelle collegate ai registri elettronici), non risolve i problemi di spazi in casa e di condivisione di devices. Quanti dovrebbero essercene, ad esempio, in una casa in cui c’è una madre insegnante, un padre in smart working e tre figli in età scolare? Per tale ragione io, che sono anche genitore con la necessità di seguire i miei figli più piccoli nello svolgimento dei compiti, devo scegliere di fare lezione nel pomeriggio, affinché non vi sia contemporaneità con i figli. Tutto si può risolvere, potendo attingere alla tecnologia con l’aiuto delle istituzioni e della associazioni che non sono assenti, ma la scuola in presenza è un’altra cosa. E speriamo  - ha concluso A. Z. - che quando ci torneremo, lo faremo con maggiore consapevolezza.”.




Dal diario di una madre ingegnere


Angela Loscalzo è madre di due gemelli, che frequentano la 5 classe della primaria dell’I.C. “Luigi La Vista” di Potenza. Questa a sua testimonianza sulla scuola a distanza. “Mio marito - ci ha detto Angela Loscalzo – mi ha detto candidamente che non saprebbe seguire i figli nelle attività scolastiche a distanza, una scusa? Non lo so. Certo è che io personalmente non mi sono sottratta a questa nuova “responsabilità”. Preciso che non sono una mamma-drone, seguo alla lettera il regolamento che chiede di non assistere alle lezioni delle maestre, perché il rispetto dei ruoli sia pieno e i ragazzi continuino a distinguerli nettamente. Quello che mi colpisce, nel momento in cui aiuto i miei figli a connettersi con la classe, è la loro felicità nel rivedersi tutti insieme, i saluti affettuosi tra loro, e l’impegno delle maestre a partecipare al rito del ritrovarsi, benché a distanza, con il sorriso e con frasi di incoraggiamento. Non parlo della didattica, non entro nel rapporto tra i miei figli e le maestre per salvaguardarne l’autorevolezza, che è parte integrante del loro ruolo. È chiaro che durante il collegamento si è impegnati, perché bisogna rimanere in prossimità, per eventuali difficoltà di connessione, e che nello svolgere i compiti pomeridiani la presenza del genitore sia necessaria più di prima, poiché il tempo delle lezioni è breve, e questo richiede che per qualche aspetto il ruolo della madre, nel mio caso, si integri con quello dell’insegnante nello svolgimento dell’assegno. Non riesco a immaginare – ha concluso Loscalzo - come sarebbe la giornata dei miei figli senza questa prosecuzione di spazio scolastico. La scuola è indubbiamente presenza, e ad essa i miei figli torneranno con gioia, ma oggi abbiamo imparato ad apprezzarne la capacità di adattamento alla situazione a distanza che si è creata con il covid-19, e per questo voglio fare i miei complimenti alle maestre, soprattutto, per quanto fanno per creare intorno ai bambini serenità nella prosecuzione di un clima di socialità.”.

Il parere di studentesse IPSSEOA “Umberto Di Pasca”, Potenza



La didattica a distanza è un ottimo metodo per rimanere vicini anche se lontani in questo periodo così difficile, certamente non ci rende felici vedere professori e compagni soltanto tramite uno schermo, è difficile apprendere i concetti come li apprendiamo in classe, ma è molto utile avere tutti i mezzi a disposizione per ricerche, scoperte nuove e aggiornamenti su programmi che avevamo a disposizione ma non sapevamo come utilizzare. (Noemi Pace, IV D).
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Trovo molto utile il fatto di poter ricevere un'istruzione anche a distanza, grazie alla tecnologia moderna, ma trovo insoddisfacente il non poter interagire direttamente con i professori, parlare ad uno schermo non è la stessa cosa. L'unico suggerimento che vorrei dare è quello di resistere, è difficile sia per noi studenti che per i docenti non avere un contatto tra i banchi di scuola, ma la didattica a distanza è sempre meglio di niente. (P. E., III B)
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Credo che nessuno di noi si aspettasse che all’improvviso tutto sarebbe cambiato. E’ cambiata la nostra quotidianità la mattina ci svegliamo e dopo la colazione non usciamo più di casa per recarci a scuola ma ci spostiamo semplicemente dalla cucina alla scrivania per accendere il computer e per fare le video lezioni. Personalmente non mi sarei mai aspettata di dover affrontare tutto ciò ma nonostante la presenza di questo virus di cui noi siamo prigionieri non ci arrendiamo. Credo che la didattica a distanza serva assolutamente più di qualsiasi altra cosa in questo periodo perché solo così possiamo restare tutti uniti e possiamo continuare a svolgere quello che ad oggi è il nostro dovere. Mi manca molto l’ambiente scolastico, mi mancano i miei compagni di classe e tutti i professori, ma fortunatamente la tecnologia ci sta tenendo uniti più che mai! (Desirè Marino 1D)


Il parere di
Antonio Marsicano, Segretario della Rete degli Studenti Medi di Basilicata



Ad Antonio Marsicano, Segretario della Rete degli Studenti Medi di Basilicata, che frequenta il liceo Classico di Viggiano, abbiamo chiesto quale sia la posizione della Rete sulla scuola a distanza.
Negli ultimi giorni gli istituti di tutta la regione si sono adoperati, più o meno prontamente, per attivare diverse metodologie di didattica a distanza, che spesso però vanno a cozzare con le necessità e con le possibilità del corpo studentesco. Molte sono state le lamentele indirizzate a questo sistema di didattica “innovativa” in questi giorni di emergenza: studenti da tutta la regione denunciano come sia difficile connettersi alle lezioni senza una buona rete a disposizione, come non tutti abbiano a disposizione un pc dal quale seguire e soprattutto come buona parte dei docenti non sia pronto ad attuare questo tipo di didattica in risposta alla situazione contingente, lasciando gli studenti in balia di indicazioni confuse e distribuite sui vari mezzi che il web ci offre. Il quadro offerto dalla situazione lucana non è dovuto solamente alla difficoltà della scuola a rispondere ad un contesto di emergenza, ma sottolinea dei deficit presenti sul tessuto scolastico ed infrastrutturale. Le colpe non sono dei singoli docenti, bensì del fatto che la scuola italiana, e nel particolare quella lucana, è rimasta profondamente ancorata a sistemi d’istruzione verticale, a modalità didattiche ferme allo scorso secolo, lente rispetto agli standard europei e che mostrano, proprio in questi momenti di necessità, tutte le proprie lacune. E sul piano locale può essere ugualmente utile ricordare i forti ritardi del nostro territorio per quanto riguarda l’infrastrutturazione di base, come una buona connessione, che ancora manca.

Come pensa la Rete degli Studenti Medi che si possa ovviare a queste difficoltà?

Il Coordinamento Regionale delle CPS della Basilicata indica una serie di linee guida per l’USR della Basilicata, la Giunta Regionale della Regione Basilicata, nella persona dell’assessore alla formazione e allo sport Sig. Francesco Cupparo, frutto ed espressione del dialogo tra i rappresentanti degli studenti lucani nelle CPS e nelle associazioni studentesche.

Quali, in sintesi, tali linee guida?

Certamente il coinvolgimento della rappresentanza studentesca nella strutturazione della didattica a distanza in ogni istituto e che l’uniformità dei mezzi e delle piattaforme siano alla base dell’attuazione delle metodologie didattiche, per evitare che uno studente in ogni giornata scolastica debba dibattersi tra i più svariati siti ed applicazioni, è utile, a tal fine, un’uniformità di piattaforme a livello di Consiglio di Classe, o anche d’Istituto; rispetto della scansione temporale utilizzata in regime di normalità scolastica, al fine di evitare lo svolgimento di lezioni in qualsiasi momento della giornata, facendo attenzione a garantire agli studenti un numero di lezioni quanto più vicino al monte ore già istituito per legge; attuazione per gli studenti delle stesse misure attuate per i lavoratori che utilizzano videoterminali (dlgs 81/2008, art. 1 L. 123/2007); verifiche tramite le piattaforme online alla  presenza di testimoni; attenzione a che non si usino metodi discriminatori nei confronti di coloro che non dispongono di mezzi adatti a seguire le lezioni online; facilitazione delle modalità di comodato d’uso di strumenti per la connessione alle piattaforme per gli studenti con difficoltà fisiche ed economiche, come già da nota del dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione del 17/03/20; indicazioni operative dell’USR ai docenti per lo svolgimento delle lezioni, affinché ognuno possa, anche senza troppe competenze informatiche, svolgere correttamente il proprio lavoro.

Come concretamente potreste intervenire  per rendere operative queste proposte?

Chiediamo che venga istituita in seno all’USR una commissione regionale di monitoraggio sulla didattica a distanza che coinvolga anche i rappresentanti degli studenti per ottenere un quadro completo della situazione d’emergenza in regione e quindi sul rispetto da parte delle scuole anche delle linee guida indicate dalla Rete.

25 autori per il volume curato da Antonella Pellettieri "Impareremo il futuro tra ucronie e utopie Il virus del 2020", in memoria di Antonio Nicastro

Tutto ha un centro, anche se non è posto al centro, il centro si lascia trovare. Ognuno, infatti, in ogni circostanza, va alla ricerca di ...