Finché non superi gli 80 (anni, ovviamente), non la capisci fino in fondo la teoria della relatività, da me adattata in teoria della relati-vita. Senza disturbare, infatti, Einstein che ha già i suoi problemi con chi gli contesta la sua, io parlo di me, della mia personale teoria della relati-vita, necessariamente soggetta ai rischi propri della sperimentazione che la mette in discussione e nello stesso tempo la sostiene.
Potrei tradurla così: R/v come Relati-vita = I come Istante x A come Attesa : In come Indefinito.
Ed è proprio quel divisore che governa il tempo.
Mentre continuo, infatti, a riempire di parole l'Istante e mentre l'Attesa ne moltiplica e moltiplica e moltiplica il numero, il divisore dell'indefinito tempo che potrò ancora vivere si fa sempre più enigma imponderabile, ben più che buco nero nella galassia delle parole che trascina, turbinando, con sé.
La mia formula della relati-vita, di conseguenza, lascia intuire giorni vissuti come sfide del corpo alla fatica del quotidiano scrivere, notti vissute come estreme occasioni di sfide dell'immaginario estremo, vene d'inchiostro che sgorgano da inesauribili cave sorgenti, dove intingo la mia lingua per dare ordine all'ultimo grumo di parole. L'indefinito divisore, intanto, per una conclusione che coinvolge con pari indifferenza la funzione sintattica e quella vitale, nel procedere verso il suo limite - necessariamente finito -, mi sospinge, non senza qualche capogiro, verso l'ultimo istante e l'ultima parola. E comunque resta un'incognita: chi la raccoglierà.

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