Nel suo testo curatoriale così scriveva Koyo Kouoh, nominata curatrice per la 61esima Biennale ma morta a maggio 2025: ”[Fai un respiro profondo] [Espira] [Rilassa le spalle] [Chiudi gli occhi] Questa è un’invocazione a incontrare le parole che seguono nelle condizioni fisiche, meteorologiche, ambientali e karmiche in cui vi raggiungono. A rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori. Perché, sebbene spesso siano sommerse dalla cacofonia ansiogena del caos che imperversa nel mondo, la musica continua. I canti di chi genera bellezza nonostante la tragedia, le melodie dei fuggitivi che riemergono dalle rovine, le armonie di chi ripara ferite e mondi. C'è una ragione, dopotutto, se esistono persone che vogliono colonizzare la Luna, e altre danzano dinnanzi a essa come un'antica amica.”.
Questa l’anima del progetto di Koyo Kouoh che la Biennale 2026 rispetterà in pieno, come si legge nel comunicato stampa di annuncio dell’evento: “… per preservare, valorizzare e diffondere le sue idee e il lavoro svolto con dedizione da Koyo Kouoh.
Al progetto, intitolato In Minor Keys, la curatrice ha affidato la sua visione dell’arte e del mondo alla musica, non certo una marcia trionfale, bensì una partitura in tonalità minore, in cui prevalgono sfumature, improvvisazioni e pause, il che ci parla di un modo del tutto nuovo di intendere l’arte e il ruolo che essa svolge nella società contemporanea. La profondità emotiva della musica diventa in questo modo una vera e propria metafora culturale. Come il blues e il canto collettivo sono spazi di ascolto e insieme di cura e intimità, così l'arte resiste nei luoghi ai margini e persiste nelle fragilità dell’umanità.
La Biennale appare intesa come un arcipelago di luoghi sensibili, con giardini, cortili, residenze, piste da ballo, spazi conviviali, che riconducono all’idea di arte come comunità e immaginazione. L’immagine del “giardino creolo” evocato da Édouard Glissant e richiamato da Kouoh rimanda a un ecosistema di convivenza e protezione reciproca. Arte, quindi, come relazione e cura.
Al centro del progetto gli artisti come interpreti sensibili delle trasformazioni umane e sociali. L’esperienza espositiva immaginata da Kouoh, infatti, non intende essere didattica, bensì sensoriale, immersiva, direi meditativa. Un’arte fuori dalla velocità e dalla produttività proprie del nostro tempo, per riconnettersi con la natura, la memoria, i saperi locali e le pratiche artigianali.
Per “tonalità minori” dunque, si intende dare voce a ciò che resiste nel silenzio, cioè le culture marginali, come quelle indigene, le comunità invisibili delle periferie del mondo, le poetiche che pur fragili resistono e custodiscono i tanti modi di abitare il mondo.
La Biennale assume l’identità di una partitura collettiva. Un invito, ripreso da Toni Morrison, a non vivere nella crisi, ma nei miti, nei canti e nelle immagini che sono i semi dell’immaginazione.
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