mercoledì 27 febbraio 2008

Altre città



Ho esplorato altre città nel buio della notte.
Mentre i tormenti da virus premevano occhi e corpo
alle lenzuola fetide di sudori e lamenti, mentre dunque
vagavo nelle pesanti aure del male dentro la lattigine
degli antibiotici doverosamente prescritti,
e il buio della mente mi restituiva alla sua natura
di melma, mi scoprivo intorno altre città costrutte.

La profonda Luya. Intessuta di reti di ragno
e luminosa di improbabili scie di lumache, in bilico
sulla cima della mia testa, l'ho scoperta incerta
se crollarmi dentro o restituirsi all'altrui immaginario,
risparmiandosi i quesiti dell'eterna pellegrina.

La livida Infra. Le strade di fasce e sangue
ininterrotte lungo le periferiche paludi
del cuore, la città percossa dal battito impazzito
e punta dalla secchezza di ogni respiro, aderiva
al mio tronco come un gheriglio al suo ruvido guscio.

La limpida Suprema. Invisibile fabbrica dell'invisibile,
lampo e stordimento, introvabile magazzino di quanto
non si può cercare e stringere nella certezza del pugno.
Armonia pura, purezza senza necessità d'ordine e
stabilità, pura assenza di senso e sensi.

La torbida Varia. Visibile fin dal più fondo dei fondi
pozzi del fetido Antro, inscena per ogni ospite
la molteplice trama del mistero conteso dal Dritto
e dal Rovescio, dal Dato e dal Tolto, trafitti intanto
tutti dalla lama splendidamente opaca del dubbio.
Perfetta nella sua assenza di perfezione, struttura
insondabile nelle sue forme sfuggenti che assecondano
orme impresse nella panna cosmica dell'irresponsabilità.

La covata Desia. Fonte di ogni desiderio, grassa madre
d'ogni bellezza, d'ogni dono pregna, gaudente amante
di ogni voglia e disposta a darsi senza misure e regole.
La vita stessa ne abita il ventre, l'anima ne possiede
l'essenza e ne gode ad ogni orgasmo, succhiandone
come un dono mellito il godimento e la pienezza.

E intanto, mentre il delirio della febbre metteva
in scena per me altre città, in un punto reale
del mondo, appena qui accanto, il caso, assistito dal caos,
sorretto dall'empietà, assecondato dall'assassino
del credibile, a Gravina, qui accanto, la realtà
celebrava un rito, al quale neppure sarebbe mai giunta
questa nostra mente umana e disumana, per quanto
attratta e distratta dalla consuetudine a navigare
dentro i gorghi del male e dell'assurdo.

Biennale di Venezia