giovedì 5 giugno 2008

Questa storia continuala tu

Per l’ultima svolta

La porta si era chiusa gentilmente alle sue spalle. Era estate, il lavoro sembrava per tutti un optional. Luisa lo cercava, il lavoro. L’unica cosa che sapeva fare era scrivere bene, almeno così le avevano detto, anche l’ultimo editore che poi puntualmente non le aveva pubblicato nulla. Era estate, e bisognava trovare lavoro. La pennetta custodiva il suo impegno di un anno, un anno senza relazioni, senza amore, senza sesso. Un voto, aveva detto, a una santa, il nome non se lo ricordava ma sperava bastasse il pensiero. Se me lo pubblicano, faccio sesso per un anno intero, ma ora devo scrivere.

I percorsi della sua eroina erano abbastanza tortuosi, come sempre quando le storie sono vere, una cilena esule, un figlio perso, un uomo venduto. Le strade del Cile attraversate portandosi dietro una storia, la storia del Cile. Spesso aveva pensato di essere fuori tempo con quel racconto: gli esuli cileni rientrati in patria, il figlio perso ormai perso, il venduto con la faccia ripulita acquattato in un ministero, a spandere fetore e insidie. Ma Ersilia l’aveva incontrata durante una delle sue storie d’amore, che l’avevano portata a alla periferia di Talcahuano, non più di un anno fa. Aveva sempre avuto una predisposizione per le avventure, diciamo così, fuori porta. Così si era trovata in Cile, nel momento in cui il colpo caldo del golpe si era raffreddato da tempo, morto lui, tornata ormai la democrazia, riletta la storia, soddisfatta la memoria (semmai) con inchieste, condanne, articoli, libri, celebrazioni. Quel frammento di memoria l’aveva disturbata per un attimo nella sua soddisfazione di viaggiatrice dell’informazione, aveva già gioito per la riscossa della democrazia, anche per la morte del dittatore, per la presidenza di una donna. Ma Ersilia l’aveva riportata indietro nel tempo, al sangue e alla scomparsa come leggi quotidiane, dove mai si poteva immaginare di vivere vivendo le quotidiane gioie dello stare insieme a parlare con spontaneità aspettando risposte banali, quelle di quando lui dice: che cucini oggi, e lei dice: patate al forno, e lui dice: buono. Cardillo aveva chiesto: posso andare a giocare, e lei: sì. E lui non era più tornato. Aveva attraversato tutte le strade da allora, tornando sempre a casa per vedere se mai fosse lì sulla porta, come quando le aveva chiesto: posso andare a giocare, e lei: sì, aveva detto, per pentirsi poi come il guidatore si pente del gatto sbattuto sul ciglio della strada, che non si rialza mentre lo abbandona con lo sguardo, disteso sull’asfalto ancora intatto, e si dice: potevo stare più attento. Così lo aveva guardato lei, Ersilia, mentre si allontanava, saltellando e mordendo una mela. La fotografia lo aveva fermato per sempre nel gruppo di famiglia: il nonno, la nonna, la madre, Cardillo, Mustela, la gatta, sulla porta di casa. Un buco nel nulla, da allora. Ersilia aveva parlato prima come una madre alla quale è mancata la lingua insieme al figlio. Aveva parlato col silenzio delle parole e con l’eloquenza delle lacrime. Poi si era sciolta la sua lingua come un fiume in piena, dove non puoi mettere argini, né ripari di parole. Una scarica di dolore e rabbia. Il Cile tornava a farsi rosso di sangue e tappezzato di invisibili. Ascoltare era come inseguire le orme di un ragazzo fino alla svolta più estrema e tornare delusi e sconfitti, ogni volta. Lontana la democrazia ritrovata e così terribilmente lontana la storia recente. Il passato lì era il presente, perenne e perennemente rosso di sangue e di invisibili rimasti visibili nelle foto, di carne e ossa nonostante la limatura lenta e inesorabile del tempo, non certo della memoria. Una storia vecchia e scontata, aveva detto qualcuno. Ma lei l’aveva sentita con le sue proprie orecchie, l’aveva raccolta con le sue mani di scrittrice devota alla verità. Anche l’amore era svanito, sconfitto da Ersilia, l’eroina di un amore senza tempo, mentre Erminio contava a minuti e non ammetteva vuoti, tanto meno per un desaparecido, desaparecido davvero. Senza speranza. Lui invece era lì, diceva, con il suo corpo turgido di desiderio (aveva detto proprio così) e io intanto asciugavo lacrime? Anche le mie, ovviamente. Avevo riempito sì e no una decina di bobine, quando mi annunciò la sua partenza. Avrei dovuto incontrare Ersilia almeno altre due o tre volte, eravamo al punto più doloroso, la speranza tradita dal venduto, dove la verità diventava romanzo e il romanzo neppure riusciva ad attutire il colpo della verità. Era a Valparaiso con altre madri come lei a guardare con gli occhi della speranza anche dove non c’era più nulla da vedere. Cardillo era in carcere a Santiago, le aveva detto, come si dice che la luna è lì ogni sera e tu ci credi anche quando il cielo è cupo, perché la vedi anche quando c’è luna nuova, la luna. Cardillo era in carcere a Santiago con altri ragazzi trovati con volantini compromettenti. Nulla di più incredibile, ma il viaggio era caro e la promessa aveva scaldato la carne. A Santiago non c’era arrivata mai. Il venduto aveva solo comprato carne fresca a buon mercato, con una promessa abietta e una speranza folle. Ersilia aveva atteso a lungo, i suoi uomini. Aveva atteso sulla porta, per scoprire ancora una volta che il nulla è il nulla, e nulla puoi più trovarci. Anche se hai scommesso il tuo corpo, la tua dignità, la tua memoria, solo per un attimo dismessa, svenduta al gioco di un uomo senza qualità alcuna.

La pennetta era lì, nel suo tecnologico pertugio, l’editor aveva scaricato il lavoro di un anno come se fosse stato la piuma di un uccello che vedi ogni giorno, e neppure ti accorgi che ha il capo rosso e la livrea di un incredibile giallo, lo vedi grigio per consuetudine. Ma forse era solo un’impressione, il sito era interessante e il team di gente esperta e accogliente. Lo leggo, disse. Sicuramente sarebbe stata l’ultima svolta.


Scrivi tu il prossimo capitolo.

Biennale di Venezia