giovedì 28 febbraio 2008

Altre città


E fu la luce, se non proprio uno splendore, un orizzonte
alquanto luminoso, benché ridotta la vista dalla degenza
obbligata, dall'eccesso di medicamenti, da una sottile
perdita di senso del senso visivo comune. Sullo schermo sinistro,
il mio occhio buono capta perfino fantasmi, mentre la babele
sanremese tiene sotterra il mio umorismo, scavalcato
da un Chiambretti che inutilmente recita giaculatorie.
Il manichino Baudo sfida la mia schiena piegata dal virus,
le musiche fuggite con orrore sulle antenne appena lambiscono
i padiglioni devastati dal chiacchiericcio, sicché sonitu suopte
tintinant aures, e invano prego Saffo di soffrire pene
per la Bianca Guaccero. Ma è l'altro occhio, da sempre schermo
sussieguosamente miope a stordirmi l'anima e la coscienza,
dal profondo di un pozzo voci senza più voce e frammenti di gesso
insinuati dall'informazione inclemente dei media sotto le tenere
unghie degli impotenti graffiano le pareti del cuore a sangue.

Lo stabismo dell'occhio pigro oggi diventa per me
condizione dell'esistere, nel luogo dove Gravina e Bitonto
si fondono nella babele dell'irresponsabilità. Navigo
tra il dolore e la stupidità con lo stordimento del nocchiero
tradito dal vino potente della verità, navigo tra un'Italia
sul Due, un'Italia a Sanremo e un'Italia che scopre grattando
oltre il muro del perbenismo l'orrore della sua istituzione
da difendere: la famiglia che cadde nel pozzo quel giorno,
che precipitò per le scale quell'altro giorno, che inondò
di sangue la cucina un altro giorno, o il garage o l'auto
e sempre l'anima e il corpo. Amen. Gli schermi domestici
addomesticati dalla prepotenza della parola detta
per abbellire il prodotto in vendita, sostiene le papebre
con l'opportunità di vedere vedere comprare comprare
contare contare e piangere sulle rate accumulate.

Mentre a Sanremo cantano, a Gravina piangono vedendo
Sanremo che canta e piange la flessione degli ascolti,
io provo a richiudere gli occhi e a lanciare ami verso altre città
amanti del silenzio o percorse da primigenie afasie. Così sia.

Biennale di Venezia