domenica 6 marzo 2011

Il reale e il possibile di Giovanni Di Lena


“Mia madre/indossa sempre/i soliti vestiti./Non so se/per rispetto,/per amore o/per fedeltà alla memoria./Io ho cambiato/cinquanta cravatte/e non so ancora/quale indossare,/stasera.” Due ritratti in un solo testo, che mettono in rilievo la durata del tempo. Il tempo fermo della madre, governato da valori e sentimenti che rimandano a età ormai lontane, in cui si intuisce la povertà come condizione esistenziale per una stabilità che rasenta l'immobilismo, e forse proprio per questo dà sicurezza, il tempo del figlio, dinamico e dispersivo, in cui dominano la precarietà e l'insicurezza legati ad un benessere illusorio, dove non ci sono più ancoraggi ai sentimenti, né memoria, né fedeltà. Ecco, questa è la “durata” della poesia di Giovanni Di Lena, fedele a se stessa come la madre, disancorata come il figlio. Eppure questi due tempi, pur così “separati” dall'incombere della civiltà o dell'inciviltà contemporanea si incontrano incessantemente sul territorio degli affetti, poiché la poesia dileiana, come dice Raffaele Pinto nella prefazione, di nutre di una commozione, benché disillusa, per gli uomini, per le donne e la natura della propria terrà, che nasce dalla certezza, una delle poche ma solide che il poeta indossa con la stessa fedeltà della madre: - l'Amore come principio e come fine ma soprattutto come aspirazione perenne. -. Come dire, una fedeltà al passato, di cui si fa garante per lui la madre, una fedeltà al futuro “possibile”, cui lo conduce un'inesausta passione utopica, tra le quali si apre un baratro, quello della “realtà” presente, dove sembrano regnare solo sradicamento e disillusione. “Il reale e il possibile”, quinta plaquette di Di Lena, edita da Archivia, Rotondella 2010, sintetizza nel titolo il percorso, iniziato con “Un giorno di libertà”, intrapreso dal poeta di Pisticci, nel rifiuto di una lucanità banalmente consolatoria, proiettata verso albe e rinascite, pur ambite. Nella lirica “Senza scrupoli” Di Lena affronta in una dimensione, che lo stile oggi più maturo per essenzialità espressiva e efficacia lessicale, rende metastorico e metaterritoriale, per non dire universale, la parabola dei fautori del progresso, che passano da un cratere spento ad un altro, con l'imperativo categorico di una “crescita” (barre speciali,/fusti misteriosi, /navi funeste/e fanghi reflui) che rima inesorabilmente con “morte”. Ed ecco che non resta che porsi sulla difensiva: “L'Uomo/stupito dalla telematica,/confuso dal trasformismo,/privato dei valori,/non riesce più ad essersi fedele:/e spesso capitombola/pur di apparire./Io che non amo mettermi in vetrina/al fascio psichedelico/preferisco la nicchia in penombra.”. L'ombra di questa nicchia non sembra, fortunatamente, smorzare la sana utopia di un mondo possibile: “Nel mio silenzio/cerco di tenere alta la testa,/di scommettere/ancora/su un'idea nuova/e non peccare di silenzio/in quest'indifferenza collettiva.”. E, sempre nel silenzio, difesa contro le “frequenze disarmoniche/diffuse dal mercato./ contro “i dicktat della società /intellettual-moralista”, la ricerca costante del poeta è “scovare emittenti nascoste/e sperare che le onde clandestine/giungano intatte alla coscienze libere.”. Segnali ai quali la poesia offre i suoi effetti ridondanti, per diffonderne oltre il messaggio.

Biennale di Venezia